Bethlehem

DIARIO DA BETLEMME

Ho proposto il mio diario per tutto il tempo della mia presenza a Bethlehem, ho cercato di “evitare ogni generalizzazione”. Volevo che l’orizzonte che mi ero imposta coincidesse “con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi”. Ho raccontato quello che vedevo senza pretese di andare oltre. Mi sono spostata – pur in un territorio molto ristretto - quanto più possibile. Ho chiesto, ho cercato di capire e, quanto più cercavo e vedevo, più lontana si faceva la possibilità di cogliere in una sintesi una realtà dove il dolore provoca paura, la paura altro dolore e l’incapacità di vedere e di vedersi genera violenza inutile e senza senso. (...) Ho deciso di continuare: lo farò traducendo via via alcuni articoli proposti dal sito www.bethlehemmedia.net, quello che si è definito come “voce dei senza voce” e che ho presentato in uno dei miei diari (e invito chi conosce l’inglese a frequentarlo).
La fotografia che apre questa seconda fase del mio blog rappresenta alcune bambine palestinesi: se il mondo non farà qualche cosa - con la diffusa convinzione di doversi adoperare per la pace attraverso ben precisi interventi politici - il saluto di queste piccole appartiene a persone cui è stato negato un futuro.
E ora... avanti con questa seconda fase del mio "Diario da Betlemme".

domenica, febbraio 13, 2005

 

Da domenica 13 febbraio leggetemi (e dialogate, per piacere) su <diariealtro.splinder.com>

 

 

UN SALUTO


Da tempo sentivo l’esigenza di avere nel mio blog uno strumento che rendesse più agevole la ricerca di testi già pubblicati. Un indice è troppo, ma una catalogazione per argomenti è possibile.
Così Lino il battelliere (alcuni dei sui “battelli” ho più volte segnalato e due fanno parte dei miei link) e l’esperto “Pattinando” (un suo blog è raggiungibile alla voce virtualblog) si sono offerti di darmi una mano e il loro aiuto è andato ben oltre le mie aspettative: hanno costruito un prodotto sofisticato che io spero di saper usare al meglio e i poveretti l’hanno fatto rispondendo ai miei continui interventi di analfabeta del linguaggio informatico.
Pazienti fino allo stremo, suppongo, ma non lo danno a vedere. I gentiluomini….
Senza di loro non avrei combinato nulla e li ringrazio.
Quindi “Betlemme” si chiude e si apre “diariealtro.splinder.com”.
A questo punto voglio proprio ringraziare anche Gianna e Manuela.
Mi spiego. Nel 2003, prima di partire per Betlemme, ho costruito una lista di indirizzi e-mail che ho lasciato a un’amica di Udine (Manuela) che girava i diari che io le mandavo da Betlemme al mio piccolo collettivo. Nella lista c’era anche Gianna, che avevo conosciuto praticando i suoi blog, dove trovavo e trovo notizie sui refuseniks israeliani (potete raggiungere i blog di Gianna con i link Titanio, Pace in Mediooriente, Refuseniks).
Gianna mi ha proposto di creare un blog tutto per me, lo ha fatto in tempi rapidissimi ed è questo che avete davanti a voi. Le devo gratitudine perché mi ha dato uno strumento di comunicazione che è diventato importante nelle mie giornate, che è letto, che offre occasione a scambio di opinioni con amici che lo leggono e, last but not least, mi ha introdotta nel mondo complesso, dispersivo, ma vivo dei bloggers.
La continuità del nuovo blog con questo (che nei link di “diari e altro” si chiama “Vecchio blog”) è segnata anche dalla fotografia d’apertura, che avevo scattato a Betlemme, e Gianna ha inserito, e dallo sfondo che Gianna aveva scelto.
Sono felice che Lino e Pattinando lo abbiano mantenuto: le olive in Palestina sono cibo, risorsa, simbolo ed è là che la mia voglia di scrivere ha trovato il suo convinto punto di partenza.
Spero quindi che ci troveremo anche su  "diari e altro" e che molti di voi abbiano voglia di farsi leggere nei commenti (pagine sempre aperte e disponibili).                      augusta

 

venerdì, febbraio 11, 2005

 

 

In questi giorni si parla della tragedia delle foibe, in un quadro di strumentalizzazione politica di cui ben conosco il significato, anche attraverso l’operato di protagonisti, alcuni irrimediabilmente sulla scena da parecchi anni. Il mio interesse, quando ha cercato di diventare operativo, si è fatto motivo di mistero.
Ieri infatti ho scritto una nota di commento nell’apposito spazio di un blog che della questione si era occupato e non era la prima volta che agivo in questo modo

Quando ho virtualmente schiacciato l’altrettanto virtuale tasto “pubblica commento” il messaggio è sparito. Mi sono detta che era uno dei numerosi errori che faccio quando agisco sugli strumenti informatici (be’… non li faccio solo lì, ma altrove sono forse meno sistematici) e, non avendolo registrato da nessuna parte, l’ho dato per perso. Solo che, più tardi, l’ho ritrovato, accompagnato da una gentile lettera di “anna”, nel sistema di posta connesso ad un mio nuovo blog in costruzione (di cui dirò appena sarà del tutto praticabile).
Anna –e questo é il punto più stravagante del mio piccolo mistero- gestisce un blog che anche di foibe (e della situazione connessa) si occupa e di cui non conoscevo l’esistenza: 319.splinder.com.
Naturalmente non so spiegare come sia avvenuto il tutto. Pubblico però il mio testo e la risposta dell’interlocutrice    augusta


L'idea che ogni strage venga considerata in sé, senza contestualizzazione, per diventare il discrimine fra "buoni" per sempre e irrimediabilmente "cattivi" mi fa paura.
Possiamo considerare correttamente la shoah come se fosse il frutto di nazisti paracadutati dal cielo (o meglio dall'inferno) e dimenticarci che quelli erano fra noi? Ci é lecito dimenticare tutti gli italiani che, nell'esercizio della loro professione (prefetti, poliziotti, funzionari ITALIANI della repubblica di Salò) o per lucro portarono gli ebrei a Fossoli, dove venivano presi in consegna dall'armata tedesca?
Possiamo tacere (e fingere di ignorare) che l'Italia aggredì e occupò nel 1941 il territorio di quella che poi sarebbe diventata repubblica di Jugoslavia, dando luogo a un'occupazione feroce, in collaborazione con nazisti e ustascia?
Possiamo fingere di ignorare che in Italia molti "nemici" sloveni e croati (fra cui molti bambini, come é noto pericolosi avversari militari e politici)furono internati in campi di concentramento - sul territorio italiano- dove la morte non era pianificata come nei lager, ma interveniva con costanza?
Possiamo ignorare le violenze fasciste contro la minoranza slovena nelle regioni confinarie del nord est?
Tempo fa (1997) facendo una ricerca sulla Gazzetta Ufficiale (credo non sia un organo di informazione "comunista") ho trovato un decreto del presidente della repubblica che consentiva alla famiglia Cuzzi di riprendere l'originario cognome Husu, loro sottratto -come a moltissimi altri- dalle norme del regime fascista, applicate da funzionari italiani.
Questo non giustifica nulla delle foibe, di cui però é necessario parlare fuori da ogni emozione abilmente solleticata, in termini di conoscenza storica, che nulla giustifica ma non consente di trasformare l'orrore e il dolore in ragioni per nuovi odi (etnicamente connotati).
Documentazione ce n'é, basta cercarla e non assumere per documento storico le fiction.Comunque suggerisco una recente pubblicazione di Donzelli, piccola di mole, chiara nel linguaggio e fornita di abbondante bibliografia: Guido Crainz. La memoria e l'esilio: L'Istria e le memorie divise d'Europa.
Augusta De Piero – Udine

10 Febbraio, 2005 -
No, non possiamo. E non possiamo permettere che una fiction, da me per prima in un commento nel blog di Paolo Galloni definita come "parabola dickensiana" e sicuramente densa di strumentalismo politico, sia documento storico su cui basare il nostro pianto, l'esodo di mia nonna, la mancata tomba di mio nonno chissà dove finito, la vita di mia madre senza un padre, quella di mia zia che aveva 5 anni, l'abbandono della loro casa, dei loro amici, le accuse di fascismo ciecamente e troppo semplicisticamente gettate contro di esse, durante la loro fuga forzata. Non possiamo alimentare altro che memoria condivisa, silenzio rispettoso per morti che non c'entravano con quelle vendette, doverosa spiegazione ai giovani e nelle scuole di TUTTI gli odi di cui è stato capace il mondo, di cui è stata capace qualunque ideologia. Tutti, nessuno escluso. Nessuno davvero.
Ti ringrazio delle tue parole, Augusta. Le ho molto apprezzate. Sono certa che quel libro c'è nella biblioteca della mia famiglia, densa di pubblicazioni sui lager nazisti, sui gulag russi, sulle foibe, su mille e mille eccidi guidati dalla follia che hanno fatto pagare prezzi alti e strappato la vita o cambiatone per sempre il corso a persone che non avevano colpe.   Un saluto cordiale,                                                                          Anna

giovedì, febbraio 10, 2005

 

Purtroppo gli eventi, molti e diversi, cui assistiamo ci impongono di ragionare sul terrorismo e anche il linguaggio ha la sua importanza. Ho letto – e mi sembra importante - la lettera di Giovanni Franzoni al Manifesto.
Leggere uno scritto di Giovanni significa per me ascoltare un vecchio amico e ne diffondo volentieri le parole che non considero un’indicazione rigida ma  un invito ad una riflessione irrinunciabile.
Pubblico la sua lettera fra l’articolo di Zolo che ne è stato lo spunto e la risposta del giornalista

Per chi volesse conoscere i numerosi messaggi con cui viene richiesta la liberazione di Giuliana Sgrena e della sua collega francese, segnalo la homepage de Il manifesto (www.ilmanifesto.it).                                           augusta


Il manifesto 26 gennaio   Giusta sentenza
DANILO ZOLO
La sentenza del giudice Clementina Forleo, che ha scarcerato i tre militanti islamici accusati di terrorismo, è il segno che lo stato di diritto «resiste» ancora in Italia. La rovente polemica scatenata contro di lei dal governo e dalle massime autorità dello stato è la prova che l'indipendenza della magistratura italiana non è stata ancora cancellata. «Resiste» anche alla ideologia bellicista di un governo servile che sacrifica le vite dei militari italiani perché questo giova ai profitti delle «nostre imprese». Lo ha dichiarato con volgare impudenza il presidente del consiglio per giustificare la morte di Simone Cola. La polemica che si è abbattuta su Clementina Forleo non è che una conferma della sua lucidità, oltre che del suo coraggio civile e morale. Su un punto, in particolare, la sentenza merita un commento positivo. Gli imputati sono stati assolti non solo per una serie di ragioni fattuali, ma anche per una precisa scelta interpretativa delle norme internazionali. Nella sentenza si sostiene anzitutto che è necessario tenere distinta la guerriglia armata dal terrorismo. E in secondo luogo si sostiene che, nel giudicare penalmente un atto di reazione violenta contro una forza occupante, quell'atto deve essere valutato nel contesto dell'uso generale di «strumenti ad altissima potenzalità offensiva».

Sul primo punto occorre anzitutto dire che la stessa nozione di terrorismo è oggi concettualmente indeterminata. Nonostante che siano almeno dodici le convenzioni che hanno tentano di dettare norme sull'argomento, manca ancora oggi una definizione condivisa. Non è un caso che commissari incaricati da Kofi Annan di stendere un progetto di riforma delle Nazioni unite, abbiano sostenuto l'urgenza di una definizione rigorosa che regoli legalmente la lotta contro il global terrorism.
Tutto ciò che oggi emerge dalla congerie dei documenti internazionali è che si è di fronte a un atto terroristico quando l'uso della violenza colpisce i civili in modo indiscriminato e ha come obiettivo la diffusione del panico fra la popolazione. E' chiaro che questa nozione non tiene conto della condizione in cui si trovano popoli oppressi dalla violenza di forze occupanti, come nei casi palestinese e iracheno. Condannare penalmente come terrorista un militante di Hamas o un membro della guerriglia irachena - e accogliere Ariel Sharon o Iyad Allawi come rispettabili capi di Stato - significa davvero «mettere sullo stesso piano vittime e carnefici», come ha sostenuto in senso opposto il nostro ministro degli esteri. Dissociarsi politicamente dalla logica nichilista del terrorista suicida non può certo comportare la negazione del diritto di un popolo alla autodeterminazione e alla rivendicazione dei suoi diritti collettivi.
Sul secondo punto i paradossi del diritto internazionale sono ancora più gravi. Alla luce delle norme esistenti «terrorista» è soltanto il membro di una organizzazione «privata», che non si identifichi con l'apparato militare di uno stato. Ne consegue che le stragi di civili innocenti compiute nel corso di aggressioni militari, come lo è stata la guerra degli Stati uniti contro l'Iraq, o nel corso di occupazioni di un territorio, come è ancora il caso dell'Iraq (e della Palestina), non sono affatto «terroristiche». Sono comportamenti militari del tutto legittimi, poiché lo scempio di vite umane non è che un «effetto collaterale» di una guerra che si autolegittima grazie al soverchiante potere politico e militare di chi la conduce. Le Nazioni unite sono sempre pronte a concedere, ex post, la loro legittimazione formale. Al più si potrà parlare di «crimini contro l'umanità» che nessuna assise penale sarà in grado di accertare e di sanzionare.
Insomma l'allusione agli «strumenti ad altissima potenzalità offensiva», presente nella sentenza del giudice Forleo, solleva un problema delicatissimo. Dal punto di vista delle sue conseguenze la guerra moderna, condotta con strumenti di distruzione di massa, si distingue sempre meno dal terrorismo internazionale: stiamo attenti, perché se in Occidente qualcuno parla ancora di «guerra giusta», c'è il rischio che altri possano arrivare a parlare di «terrorismo giusto».

Il manifesto 2 febbraio 
Il dovere della resistenza
Quanto scrive Danilo Zolo, sul manifesto del 26 gennaio, circa la giusta sentenza del giudice Clementina Forleo, che ha scarcerato tre militanti islamici in base a una giusta e coraggiosa distinzione fra guerriglia armata e terrorismo, a sua volta, è coraggioso e di grande utilità nella giungla lessicale che imperversa sui nostri giornali e telegiornali e che offusca l'opinione del comune lettore, offre spunto ai politici che strumentalizzano le imprecisioni verbali per fare cassa col loro elettorato e potrebbe influenzare magistrati meno accorti e coraggiosi della Forleo. Pur comprendendo che l'affermazione di Zolo sulla legittimità di alcune azioni della resistenza che comportano vittime innocenti, va vista nel quadro imposto dalla situazione bellica, su un punto vorrei fare una precisazione che mi sembra di notevole importanza, per non dire discriminante.
Sono convinto che Zolo sarà consenziente. Zolo afferma che considerare terroristico un atto che «colpisce i civili in modo indiscriminato e ha come obbiettivo la diffusione del panico tra la popolazione... non tiene conto della condizione in cui si trovano popoli oppressi dalla violenza di forze occupanti, come nei casi palestinese e iracheno». «Ne consegue - dice inoltre - che le stragi di civili innocenti compiute nel corso di aggressioni militari, come lo è stato la guerra degli Stati uniti contro l'Iraq (e della Palestina) non sono affatto terroristiche».
Questa distinzione è pertinente finché l'attacco - suicida o non suicida - è un attacco contro una struttura militare e le vittime civili sono solo il triste prezzo da pagare alla guerra e ai suoi «effetti collaterali». Si sono dati casi, peraltro, in cui l'attacco era rivolto alla popolazione in quanto tale. L'attacco di uno shahed (martire) palestinese a un mercato o a una discoteca è un attacco alla popolazione per terrorizzarla. Si può comprendere ma non giustificare sia dal punto di vista umano che da quello politico. Lo stesso vale per un attentato a una moschea (a una chiesa o a un mercato) in Iraq, cosa senz'altro ben vista dagli occupanti stranieri in quanto cerca di provocare la guerra civile nella popolazione irachena (sciiti contro sunniti, curdi contro turcomanni) e quindi di giustificare il perdurare dell'occupazione.
Manterrei quindi la terminologia: anche in tempo di guerra, è atto terroristico intimidire fasce della popolazione civile o spargere il panico con le minacce. Si possono esortare gli elettori a non votare - d'altronde lo si fa anche in Italia - ma non minacciarli di fare con loro il tiro a segno.
Se gli occupanti praticano la guerra sporca, questo la resistenza non lo può fare perché gli occupanti, prima o poi se ne andranno ma la resistenza dovrà rimanere nel paese e ristabilire la concordia nazionale.
Giovanni Franzoni, presidente di Amicizia Italia-Iraq. L'Iraq agli iracheni

Sono grato a Franzoni per l'attenzione che ha dedicato al mio articolo. Non ho dubbi circa il carattere terroristico degli attentati con i quali militanti palestinesi e iracheni colpiscono civili innocenti, diffondendo panico fra la popolazione. E condivido il dissenso - politico, anzitutto, ma non solo - nei confronti di questa come di altre forme di terrorismo. Il rispetto della vita delle persone, tanto più se innocenti, è per me, non credente, il valore più alto. Le religioni, soprattutto se monoteiste, hanno invece sempre praticato e giustificato il sacrificio della vita umana.
Franzoni ha ragione anche nel sostenere che nel contesto di un'occupazione militare l'uccisione indiscriminata di civili non cessa di essere qualificabile come terrorismo. Resta, fra la sua posizione e la mia, una diversa sensibilità di fronte alla catena di sofferenze, di devastazioni, di odio e di morte che le potenze occidentali guidate dagli Stati uniti, con la complicità dello stato di Israele, hanno scatenato nel cuore del mondo islamico. L'esito finale sarà molto probabilmente la sottoposizione del Medio oriente all'egemonia imperiale degli Stati uniti e la cancellazione della identità del popolo palestinese.
L'aggressione occidentale, che ha già provocato decine di migliaia di vittime, ha spalancato le porte dell'inferno. E in questo inferno alligna anche il terrorismo di matrice islamica. Ma prima di denunciare il terrorismo degli aggrediti e delle vittime io sento il bisogno di denunciare il terrorismo degli aggressori, dei torturatori e dei carnefici         .d. z

domenica, febbraio 06, 2005

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  4 / 10 febbraio  2005 n. 576 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 2 febbraio 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         3.671
Israeliani              981
Altre vittime          74
Totale                4.726

Internazionale  4 / 10 febbraio  2005 n. 576 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 2 febbraio 2005.

Iracheni           15.612 - 17.842
Americani                       1.438
Altre vittime                      171


Molte vittime del buon senso in questi giorni mi hanno detto: “Perché Giuliana Sgrena è andata in un posto pericoloso? Poteva stare attenta!”. Certamente nessuno di loro ha mai richiamato all’attenzione opinionisti e scrittori (maschi e femmine) quando ci hanno propinato sciocchezze, con la complicità di editori di prestigio.
(Non voglio dimenticare l’operazione editoriale del Corriere della sera che ha diffuso l’ultimo scritto di Oriana Fallaci a prezzi stracciati). Invece secondo me siamo debitori proprio all’attenzione di Giuliana Sgrena, attenta a ciò che vede e rispettosa di chi la legge.
Fra i tanti appelli pronunciati in un suo favore (e che potete leggere nel sito del Manifesto
http://www.ilmanifesto.it ) riporto quello dell’
Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia.                                                                                                                                     augusta


Appello dall'Ucoii per Giuliana                                                                                        05/02/2005
Il Consiglio direttivo dell’Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia ha diramato un comunicato appena appreso del rapimento di Giuliana Sgrena in Iraq: “Chiediamo l’immediata liberazione di Giuliana Sgrena – scrive l’Ucoii – la giornalista del manifesto impegnata da mesi e mesi nel difficilissimo lavoro di copertura delle tragiche vicende irachene bloccata e portata via da uomini armati nel quartiere di Baghdad”. “Come già avvenne per Simona Pari e Simona Torretta – continua il comunicato - siamo certi del suo ruolo di testimone sincero degli avvenimenti e della sua assoluta estraneità rispetto alla guerra e all’occupazione e pertanto ne chiediamo l’immediata e incondizionata liberazione”. I rappresentanti dell’Organizzazione che raccoglie l’adesione della maggior parte delle moschee italiane concludono:
“Coloro i quali hanno in mano Giuliana Sgrena sappiano che la sua liberazione è un atto dovuto alla legge e alla consuetudine islamica, agli interessi del popolo iracheno e alla causa dell’Islam nel mondo”.

sabato, febbraio 05, 2005

La giornalista Giuliana Sgrena è stata rapita.
Non voglio aggiungere parole a quanto hanno scritto i suoi compagni e colleghi de Il manifesto.
Desidero però ricordare la bella iniziativa del sito
http://bloggerscontroguerra.splinder.com/ che, in data 4 febbraio, riporta una serie di titoli di articoli di Giuliana: evidenziandoli è possibile leggerne integralmente i testi.                  augusta


il manifesto del 05/02/2005


Cara Giuliana, scusa se ti scriviamo una lettera che non potrai leggere subito ma solo tra un po', quando - come ogni mattina - ci telefonerai per dirci quale pezzo d'Iraq raccontare ai nostri lettori, come stavi per fare ieri. Scusa se ti mettiamo in prima pagina, ma oggi la notizia sei tu e il nostro mestiere - nel suo lato migliore - è proprio questo, parlare di ciò che succede, raccontando le linee d'ombra, ciò che magari non appare, ciò che non è «ufficiale», ciò che accade alle persone in carne e ossa. Dovrebbe essere un mestiere di confine e proprio per questo «uno dei pochi che valga la pena fare», diceva uno scrittore messicano; a volte è ridotto a piccola cosa, ma dipende da noi renderlo vero. Per questo tu ora sei lì, in Iraq, dove sei stata già tante volte, un paese che ami - non in senso astratto - ma perché ami la sua gente martoriata da troppi anni di guerre, dittatura, embarghi, terrorismo. Per questo hai voluto correre il rischio che sempre c'è a non restarsene in albergo, limitandosi a rilanciare i dispacci ufficiali, scendendo invece in strada a cercare la verità, le sue difficili ambiguità. Stiamo «dalla parte del torto», è vero ed è un bene. Cara Giuliana, a ogni vigilia di un tuo viaggio - come alla vigilia dei viaggi che ognuno di noi stava per fare in «zone difficili» - ci incontravamo non solo per stilare il programma di lavoro, ma anche per chiederci il senso di quella «missione», per dirci se ne valesse la pena. Ma la risposta è sempre stata - e sarà - la stessa: «Vale la pena, serve a noi per capire e far capire, serve alla nostra parte, gente che per non essere prigioniera di questo mondo deve essere in questo mondo». E poi è anche bello, accidenti se è bello, poter guardare e descrivere la vita in libertà, che è la storia di questo giornale, pagata con un'esistenza un po' precaria o, peggio, rischiando brutti incontri. E' un privilegio che ci teniamo stretti, perché rinunciarci sarebbe magari comodo ma terribilmente triste, una violenza contro noi stessi.
Cara Giuliana, ora tu sei tra persone sconosciute e che si pensano ostili. Non vale neanche la pena dirti che è come se fossimo lì con te e, con noi, tante altre persone, che ti conoscono o ti leggono, che ieri hanno chiamato o sono venuti a trovarci. Quasi non serve ricordartelo, tu lo sai già. Come saprai dire anche a chi ti ha sequestrata l'insensatezza di quel gesto, lo stesso modo con cui hai saputo spiegare a noi e a tutti la follia della guerra, di una «democrazia» imposta con le armi, del terrorismo. Proprio con le medesime parole che hai usato in questi anni sul giornale. In questo momento, anche se siamo preoccupati - insieme ai tuoi cari e ai tuoi amici - noi non lanciamo appelli, non facciamo abiure, non pietiamo nulla a nessuno. Vorremmo solo che la grande solidarietà che in queste ore è stata pronunciata nei tuoi confronti si traducesse in qualcosa di concreto. Chi ha scatenato la follia che è ricaduta su di te ha il dovere di muoversi per farti tornare libera al più presto. Chi ti ha sequestrata deve ascoltarti e convincersi che non sei nemica di nessuno.
Cara Giuliana, qualcuno sta già dicendo che il tuo sequestro è una nemesi, che a essere colpiti siamo noi - pacifisti, giornalisti di sinistra - e ci chiedono un pentimento. Siamo sicuri che tu non ti stai pentendo di una sola virgola di quello che hai scritto e non saremo certo noi a tradirti. Preferiamo condividere con te - per quanto possiamo, da qui - la paura di questo momento e di farlo insieme. E' la sola «arma» che abbiamo e che vorremmo esistesse nel mondo. E' il tuo e il nostro modo d'essere.
Cara Giuliana, oggi ci ritroveremo in una piazza romana per vincere assieme la paura, nello stesso modo in cui siamo scesi per strada cercando di fermare la guerra o per dire che la barbarie che l'ha accompagnata e seguita non ci appartiene. Sarà come se tu fossi con noi, esattamente come - anche se fisicamente non è proprio così - noi siamo lì con te. Aspettiamo tue notizie. Per ora, un forte abbraccio da tutti noi e a presto
.

mercoledì, febbraio 02, 2005

 Capita spesso di sentire i difensori delle nostre presunte identità mentre oppongono al rispetto dei diritti dei migranti il buon senso del “…e loro facciano il loro dovere!”, presupponendo che i diritti siano negoziabili avendo a criterio discriminante l’identificazione di un differenziale etnico e che stiano sempre e solo da una parte, così come i doveri.
La storia che segue rimescola un po’ le carte. E’ rigorosamente esatta e rigorosamente anonima. Riguarda un lavoratore migrante che, per comodità di lettura, chiameremo Sammy (nome che, evidentemente, non è il suo).
Tempo fa, mentre pensavo all’opportunità di scrivere questo pezzo, mi è capitato di ascoltare la trasmissione di una tv locale (Telefriuli) e di registrare con raccapriccio una frase del giornalista che la conduceva (accolta con evidenti atteggiamenti compiaciuti da alcuni dei presenti, politici impegnati nelle istituzioni). Alla telefonata di un ascoltatore che elencava puntigliosamente infortuni, anche mortali, occorsi a lavoratori migranti (eventi in cui la regione Friuli-Venezia Giulia segna disonorevoli primati sia per i migranti che gli autoctoni) il conduttore puntualizzava: “Stiano più attenti mentre lavorano”!
Così ho deciso di scrivere quello che oggi propongo                                                                            augusta


Tempo fa un datore di lavoro di una ditta del Nord Est, avendo fra i suoi dipendenti un cittadino ghanese, giunto in Italia da più di due anni e da poco dimesso in buona salute da un ospedale dopo un ricovero di qualche mese, preoccupato per la situazione del lavoratore, già malato e migrante, richiedeva al medico competente aziendale l’espressione di un nuovo giudizio di idoneità e così dava inizio, senza saperlo, ad un grottesco percorso, che per Sammy, il lavoratore in questione, avrebbe rappresentato un’avventura vissuta fra le altrui paure della “malattia ignota dello straniero”.
Poiché è personaggio che interviene costantemente nella vicenda è opportuno precisare che il medico competente è la figura istituzionalmente presente nel luogo di lavoro, che, oltre a eseguire i controlli sanitari, collabora con le altre figure istituzionali deputate ad intervenire nel merito. Dipende da lui la concessione dell’idoneità che assicura le condizioni per cui il posto di lavoro sia compatibile con uno specifico lavoratore (condizione primaria per la tutela della salute, che è garanzia per la persona ma anche per la società tutta) e richiede perciò che il medico conosca direttamente la situazione del luogo di lavoro stesso.
Mentre Sammy si trovava in ospedale il medico competente alla scadenza della precedente idoneità aveva, nell’impossibilità a visitare il lavoratore, redatto un certificato esemplare: “visita non effettuata per malattia, dipendente assente al controllo, periodicità annuale, data prossimo controllo
” … indicando un  successivo controllo a distanza di nove mesi.
Terminato il periodo di malattia, e prima della scadenza riportata nel certificato appena descritto,
il lavoratore era invitato a recarsi dal medico competente per ulteriori accertamenti. L’invito era conseguente la richiesta del datore di lavoro. Il medico competente non si recava nel luogo di lavoro di Sammy, ma lo invitava a sottoporsi a visita medica nel proprio ambulatorio, distante più di un centinaio di chilometri. Qui, in assenza del medico competente altrove impegnato, un altro sanitario, collega del precedente e specialista in medicina del lavoro, dopo averlo visitato dichiarava Sammy  idoneo a mansioni che non espongano ad alto rischio” e confermava  la data del successivo controllo.
In questa circostanza il medico, amanuense certosino, non conoscendo l’azienda in cui operava il lavoratore, aveva accuratamente copiato il giudizio formulato dallo specialista che l’aveva dimesso dall’ospedale, senza peraltro richiedere nessuna informazione specifica in merito alla sua attività lavorativa. Ma non bastava: al controllo indicava che il lavoratore non stava assumendo farmaci da almeno 48 ore, anche se l’interessato l’aveva informato di aver assunto 6 diversi prodotti farmaceutici. Infine misteriosamente annotava: “Ghana”.
Il nome di uno stato come possibile soluzione di tutti i problemi? Chi scrive ignora quale sia la connessione automatica fra cittadinanza e salute, comunque la nota sembrava un elemento decisivo: non importava a quale popolazione appartenesse il lavoratore (dato questo che può avere un significato in fatto di salute) era “Ghana” a diventare sinonimo di malattia, un po’ come Iraq sinonimo di terrore, Bangladesh di miseria e cosi via… .
Il datore di lavoro, allarmato dalla straordinaria coincidenza dei giudizi dello specialista ospedaliero e di colui che riteneva essere (ma non era) il medico competente, provvedeva a mettere il lavoratore in ferie sino all’emissione di un ulteriore specifico parere da parte della Azienda Sanitaria, cui richiedeva una visita medica ai sensi dello statuto dei lavoratori.
Così all’inizio di gennaio 2005, dopo un mese di ferie obbligate, Sammy si presentava alla Commissione dell’Azienda Sanitaria, accompagnato da un amico che poteva tradurre dalla sua lingua madre all’italiano le espressioni che la Commissione non capiva nemmeno quando formulate  in inglese, corretto e fluente.
Durante la visita la Commissione poteva accertare che il medico dell’ambulatorio che si era espresso in merito all’idoneità all’inizio del mese di dicembre non era il medico competente della ditta interessata ma solo altro specialista in medicina del lavoro operante nel medesimo, lontano ambulatorio. Provvedeva quindi a richiedere al medico competente, responsabile in quella situazione, l’emissione di un definitivo giudizio e questi, senza visita o controlli, in 48 ore dichiarava il lavoratore idoneo e di fatto gli interrompeva le ferie “coatte”, ricollocandolo al lavoro. Se qualcuno si meravigliasse per la velocità della certificazione, non sia ininfluente rilevare che la Commissione ha compiti anche di vigilanza.
Nel corso delle dovute verifiche la Commissione aveva l’opportunità di annotare come il lavoratore fosse stato sottoposto ai primi accertamenti sanitari solo più di dieci mesi dall’assunzione e fosse stato dichiarato idoneo dopo altri tre mesi senza essere mai stato sottoposto a visita medica; un successivo controllo era stato programmato ad un anno di distanza dal primo accertamento sanitario, e si trattava appunto di quel controllo impossibile perché la data coincideva con il ricovero ospedaliero.
La morale della vicenda è semplice: evitare, da parte dei responsabili sanitari, il contatto con il lavoratore migrante è motivo di idoneità dello stesso, incontrarlo per ottemperare ad atti professionalmente dovuti e il sapere che lo stesso è in buona salute e in grado di muoversi nel mondo, di parlare correntemente una lingua europea e di mettersi in relazione con culture diverse dalla sua è motivo di generica idoneità limitata nel tempo, il che certamente non favorisce il proseguimento un’attività che offra rassicurazioni anche al datore di lavoro
.

martedì, febbraio 01, 2005

Il 9 novembre scorso scrivevo:
Due giorni fa nel sito < http://www.ilcircolo.net/lia> ho visto una notizia che si apriva con i volti di due ragazzine. Il commento dice:
“Sono abituata a vedere le facce di queste due ragazzine: campeggiano da tempo nella homepage del sito dove mi guardo di solito la rassegna quotidiana di vignette arabe. <http://www.aljazeerah.info>. Quindi so che hanno 15 anni e che sono state arrestate all'alba del 16 Giugno scorso dai militari israeliani e portate via bendate e in pigiama, come nei film sulla dittatura argentina che facevo vedere ai miei studenti, in Italia, quando facevamo il modulo sulle dittature. E che sono state portate alla prigione di Al Ramleh. Poi so che a settembre erano ancora là: nessuna accusa, nessun processo, nessuna informazione sulla loro sorte. Lo so perchè ne parla il numero di settembre della rivista di un'associazione femminile che è in Australia (file PDF). <www.womenforpalestine.com/020403v2/assets/images/newsletters/pdfs/NewsLetterVol3Iss7>
I bambini (quelli attorno ai 14 anni sono circa 350) detenuti in Israele non sono una novità”.

Della vicenda si é poi occupata Chiara (Chiara, se vuoi identificarti meglio e farti conoscere lo spazio dei commenti é tuo!) con una costanza e una determinazione ammirevoli. Oggi mi ha scritto di aver saputo da fonte certa che le due ragazzine non sono più in prigione.
Vorrei che ogni minore prigioniero trovasse una persona capace, come lei, di farsi carico dei diritti negati, soprattutto a persone deboli e impossibilitare a difendersi.   augusta

Riprendo sperabilmente sicuri contatti con il mio scioperato PC, che sembra essersi rimesso a posto, e prima di tutto segnalo due siti <battelloebbro.splinder.com> e <bloggersocontroguerra.splinder.com> dove potrete trovare tutta una rete di iniziative per ricordare nel giorno della memoria. Nel primo sito (in data 25 gennaio) sono riportati anche i testi delle leggi razziali italiane.
Avrei voluto partecipare alla costruzione di quella rete ma, quando PC non vuole …. Così ho pubblicato in ritardo (30 e 31 gennaio) due mie riflessioni, cui oggi ne aggiungo una terza, trascrivendo un articolo che ho tratto parecchio tempo fa da una rassegna stampa che mi è molto utile (cfr.  Adista www.adista.it- Contesti  N°82 del 15 novembre 2003).
Mi è tornato alla mente quando ho scritto dei “buoni sentimenti”. Infatti la parola “perdono” mi richiama immediatamente lo svilimento del relativo concetto che, da una sfera religiosa (di cui non escludo la possibile, ma non certa, serietà), trascorre facilmente al piano delle emozioni individuali. Inoltre la sfera religiosa per sé coinvolge gruppi definiti e non la totalità dei cittadini di un qualsivoglia territorio.
Così capita che il perdono sia ridotto ad un sentimento del ”perdonante” che si impone, ma non coinvolge, chi viene “perdonato” e quindi non si fa relazione e non modifica la realtà. E’ molto importante, secondo me, lasciar perdere quella sfera religiosa, che la storia europea recente e passata ci testimonia più funzionale alle divisioni che alle relazioni, ed elaborare un concetto laico di perdono, che si misuri nella sfera “politica”, dove si fanno scelte che necessitano il dialogo senza steccati e i dialoganti hanno pari dignità.
Credo che il secolo trascorso ci presenti una scelta importante in questo senso nella “Commissione per la verità e la riconciliazione”, operante nel Sudafrica di Nelson Mandela, sotto la presidenza di Desmond Tutu. Chi volesse saperne di più in proposito può riferirsi a: The Truth and Reconciliation Committee, nel sito ufficiale <www.doj.gov.za/trc> o nella rassegna raccolta in
http://dir.yahoo.com/Regional/Countries/South_Africa/Government/Law/

Parecchie informazioni in italiano si trovano in
http://www.presentepassato.it/Dossier/Diritti_98/14commissione_verita.htm e, in italiano, in http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Dicembre-1998/9812lm16.02.html       augusta


Il perdono alla prova   -   con la giustizia e non con la vendetta: come gli stati uniti dovrebbero affrontare il dopo 11 settembre. Questo articolo, a firma di Charles M. Sennott, è apparso sulla rivista dei gesuiti statunitensi "America" (10/11/03). titolo originale: "Pilgrimage of forgiveness".

Al centro della fede cristiana e importante per molte altre fedi è un tema che non ha ricevuto molta attenzione nemmeno in questo momento della nostra storia, in cui la lotta religiosa, "lo scontro tra civiltà" come alcuni lo chiamano, sta dando forma al dibattito corrente. È una parola cui non viene data molta attenzione nei discorsi dei politici sul bene e sul male nella guerra al terrorismo. È una parola che non abbiamo sentito nei discorsi del presidente Bush che dichiaravano la guerra in Iraq o nelle conferenze stampa di Donald Rumsfeld al Pentagono. È una parola che non si trova nel lessico dei diplomatici presso le Nazioni Unite. È una parola che molti dei miei amici giornalisti liquiderebbero come semplicistica e in fin dei conti irrilevante. La parola è perdono.
Che cosa potrebbe avere da dire un giornalista sul perdono? Dopo tutto, la nostra professione è tra le più spietate nel giudizio e tra le meno portate al perdono del mondo. Che cosa potrebbe avere da dire un reporter sul perdono come strada verso la riconciliazione? Non sono forse i media che si affannano sempre nei punti caldi e che alla fine non fanno che suscitare un po’ più di violenza? Forse i media non approfittano in qualche modo della violenza per aumentare la diffusione e l’audience?
Non sono un cattolico osservante, ma dal Natale 1999 a Pasqua 2001 ho compiuto quello che ho chiamato un "ostinato pellegrinaggio giornalistico da cattolico". Ho ripercorso il cammino di Gesù da Betlemme all’Egitto, a Nazareth, al Giordano e a Gerusalemme. Lungo le antiche strade romane di pietra, ho trovato che i temi che risuonavano duemila anni fa all’epoca della vita di Gesù - occupazione militare, estremismo religioso, ingiustizia economica, il tentativo di controllare Gerusalemme - sono gli stessi temi che dividono la gente oggi. Sono arrivato ad una verità semplice e profonda: il messaggio predicato da Gesù nella terra che chiamava casa sua - una teologia centrata sul perdono anche dei propri nemici - è una sfida radicale oggi come lo era allora. Ho cercato di capire se la teologia del perdono, forse anche "la politica del perdono", possa essere una via d’uscita dal "ciclo di violenza" nel Medio Oriente.
Nel tempo trascorso a Gerusalemme, ho sentito parlare l’arcivescovo Desmond Tutu che sfidava gli israeliani e i palestinesi a seguire la strada del Sudafrica nel cercare di porre fine allo spargimento di sangue tramite una commissione per la verità e la riconciliazione come quella da lui guidata. Per citare l’arcivescovo Tutu, "il perdono non è solo un’idea vaga e nebulosa che si possa facilmente lasciare cadere. Ha a che fare con l’unire i popoli tramite una politica concreta. Senza il perdono non c’è futuro".
Non sono un teologo. Sono un corrispondente straniero. Ciò che faccio è raccontare storie, storie che, spero, possano illuminare. In questa vocazione, si ha una posizione di prima fila sulla storia, e vorrei condividere due scene recenti e personali cui ho assistito da questa posizione.
La prima ha avuto luogo in Afghanistan. Ero tra i primi reporter nel Paese dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Come chiunque altro, stavo annaspando in ciò che era accaduto. In quell’albero di dolore che sembrava tendere i suoi rami in tutto il Paese, mia moglie ed io avevamo perso una cara amica. Una nostra vicina di Charlestown (Massachusetts), era sul volo 11 dell’American Airlines. Il suo nome era Neilie Casey, ed era una splendida giovane donna il cui sorriso era caldo come il sole. Ma prima del suo funerale, mi trovai sul fronte in Afghanistan.
Guadammo il fiume Amru Daya a dorso di cavallo e salimmo su una costa polverosa. Dalle trincee potevamo vedere le forze talebane e di Al Qaeda circa 800 metri davanti a noi. Quelle vaghe ombre che si muovevano nella polvere erano il nemico. Un soldato dell’Alleanza del Nord mi offrì il suo fucile russo da franco tiratore, perché aveva un mirino ad alta precisione grazie al quale potevo vedere meglio. Sollevai il fucile ed eccoli lì, i combattenti talebani e di Al Qaeda, proprio lì a tiro.
Il fucile era carico e senza la sicura. Improvvisamente pensai a Neilie e all’enormità del crimine che le aveva tolto la vita. E in quel momento, riconobbi la facilità della vendetta, "l’oscuro piacere", come l’ha descritto un teologo. Per un momento potei sentire il mio dito stringere il grilletto. Non sparai. Ovviamente non sparai. Prima di tutto, sono sicuro che non ne sarei stato in grado. Secondo, non è questo che fanno i giornalisti. Non sono un soldato. Restituii il fucile al soldato dell’Alleanza del Nord che mi chiese con provocazione, reprimendo un sorriso: "Perché non spara, signor Charles?".
Dopo l’11 settembre, l’America deve porsi degli interrogativi su che cosa sia la giustizia e che cosa sia la vendetta. Come possiamo rinunciare alla giustificabile rabbia che proviamo dopo aver visto il nostro Paese attaccato in modo così codardo e malvagio da uccidere 3.000 civili una splendida mattina di settembre? O più recentemente a Ryad, in Arabia Saudita, e chissà dove la prossima volta? Vi sono momenti, in guerra, anche per i giornalisti, in cui queste domande si pongono in modo drammatico, domande che vanno al cuore della nostra fede e al cuore di ciò che siamo come individui e come Paese.
Per me, una di quelle scene si è dispiegata proprio la scorsa primavera nell’Iraq settentrionale. Stavo coprendo la guerra per il Boston Globe e lavoravo a fianco di mio fratello Rick, un fotoreporter di talento. Era il 10 aprile, il giorno in cui la città di Kirkuk fu liberata. Rick e io avevamo un piano attentamente progettato per coprire l’evento per conto nostro. Come tutti i piani in guerra, esso venne stravolto dal caos delle pressioni dietro al fronte di guerra che collassava. Nella confusione fummo separati. Non lo sapevamo, ma venimmo spinti entrambi nello stesso punto: il fumo e le fiamme di un pozzo di petrolio nei vasti campi petroliferi che hanno fatto di Kirkuk uno dei più alti premi della guerra. Ad attrarre entrambi era una sorta di istintiva risposta giornalistica, come le falene che si avvicinano al fuoco.
Rick andò a Kirkuk in testa alle Forze Speciali degli Stati Uniti. L’esercito iracheno si stava arrendendo ovunque intorno a noi, e i combattenti alleati curdi si stavano mobilitando. Ma una marmaglia di combattenti volontari arabi conosciuti come fedayn erano impegnati nell’ultima battaglia. In una distorta interpretazione dell’Islam, era stato loro promesso il paradiso se fossero morti durante la battaglia contro gli americani "infedeli", che in questo caso comprendevano apparentemente giornalisti inermi. Per un momento straziante, Rick divenne il bersaglio dei Fedayn. Due guerriglieri lo stavano puntando.
Uno di loro sollevò un kalashnikov ma venne colpito dalle forze curde. L’altro, con la linguetta di una granata in bocca, ed un’altra granata nella mano sinistra, mirava a Rick. Mio fratello corse per salvarsi la vita e si salvò per poco. Ne venne scosso gravemente. L’uomo con le granate in mano fu ucciso quando Rick fuggì. L’altro fu dato per morto.
Ma su questa strada vi fu un intervento del destino. Mezz’ora dopo che Rick era scappato, stavo viaggiando sulla stessa strada e trovai il soldato fedayn morente. Mentre il nostro autista accostava, vidi soldati curdi prendere a calci l’uomo alla testa. Fu un fatto brutale anche nella brutalità della guerra. Il combattente era disarmato, aveva una ferita al petto e necessitava di assistenza medica. Ero con altri due colleghi, e chiedemmo ai soldati curdi di portare l’uomo in ospedale. Ci guardarono con rabbia e dissero: "è un fedayn. Hanno cercato di uccidere gli americani!" Noi insistemmo perché l’uomo venisse portato in ospedale. L’ultima immagine che ho di lui era che veniva caricato nel baule di una vecchia auto e portato via. Più tardi venimmo a sapere che era sopravvissuto.
Non sapevo che l’uomo la cui vita stavo cercando di salvare aveva appena cercato di uccidere mio fratello. Solo pochi giorni dopo il fatto Rick ed io avemmo il tempo di ripercorrere la storia e le sue fotografie, e mettemmo insieme tutto. Avrei cercato di salvarlo se avessi saputo che qualche attimo prima aveva cercato di uccidere mio fratello? Sarei stato capace di perdonare quell’uo-mo in fin di vita se avesse ucciso mio fratello?
Non conosco le risposte a queste domande. Non ci sono ipotesi possibili su qualcosa di tanto difficile come il perdono. Ma ho visto scene incredibili di perdono in una regione così apparentemente estranea ad esso come il Medio Oriente. Myrna Bethke, una pastora il cui fratello fu ucciso al World Trade Center l’11 settembre, ha fatto tutta la strada fino a Kabul e ha descritto il perdono verso gli aggressori come qualcosa che le toglieva un enorme peso. "Sei di nuovo libero di vivere", ha detto.
Se noi come Paese vogliamo andare oltre l’agonia dell’11 settembre, possiamo imparare molto da Myrna. Abbiamo bisogno di chiedere giustizia. "Un crimine non può rimanere senza conseguenze". Ma dobbiamo anche farci domande che riguardano lo spirito. Non penso che la politica globale o il controterrorismo o persino la potenza militare ci faranno superare l’11 settembre.
Nel contesto iracheno, dobbiamo chiedere perdono per gli anni di appoggio al regime di Saddam Hussein alla fine degli anni ‘80? per esserci girati dall’altra parte quando Saddam portava avanti un attacco chimico contro il suo popolo, perché allora era di fatto un alleato nella guerra Iran-Iraq? Penso che se potessimo portare una dimensione di perdono nel nostro approccio al Medio Oriente, sarebbe un segno di apertura. Un prete una volta mi disse che già la volontà di perdonare è un grande inizio.
Come ha scritto Robert Frost, "il perdono non è una negazione della responsabilità umana; piuttosto riposa sul giudizio morale che quell’atto era sbagliato. Il perdono è compatibile con la giustizia, mai con la vendetta".

lunedì, gennaio 31, 2005

 

“La Shoah è il altte che hanno succhiato a colazione, pranzo e cena”.
Ahron Appelfeld, citato in Internazionale n. 575 (28 gennaio/3 febbraio 2005) pag. 74

 

Nel mio precedente diario (30 gennaio – lo potete leggere di sotto) avevo fatto riferimento alle leggi razziali italiane; è l’argomento che voglio riprendere perché per me, ragionando della shoah, non può essere eluso. Prima di tutto una questione terminologica: preferisco il termine shoah (l’ebraico catastrofe, come finalmente attestato anche nei dizionari italiani) perché la parola olocausto richiama l’idea del sacrificio, evento la cui connotazione negativa non è evidente in maniera assoluta. Quando pensiamo alla shoah invece la mente si blocca: è troppo per essere trasferito nei termini della razionalità perché della razionalità è l’assolutamente altro: è una delle situazioni storiche di fronte alle quali la parola si fa inadeguata, capace di descrivere frammenti, non di fare sintesi. Ma i frammenti sono significativi e perciò torniamo alle leggi razziali italiane.
Il testo fondamentale è il Regio decreto Legge del 17 novembre 1938 n.1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana (chi volesse leggerlo lo trova nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 264, 10 novembre 1938. Lo potete trovare anche in un rapido volumetto della collana Einaudi tascabili: M.Sarfatti. Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi). Non dimentichiamo che fu lo stesso Benito Mussolini a rivendicare pubblicamente “l’italianità” del provvedimento e non fu smentito (e a mio parere, considerando il contesto culturale su cui il razzismo si fonda, non lo è ancora, almeno non a sufficienza).
Le leggi possono sembra re astratte e allora rendiamole concrete con una storia tragica che si snoda a partire dall’applicazione fedele di quelle norme e che ho scelto per la sua “normalità”. La potete leggere in : <Giuliana, Marisa, Gabriella Cardosi.
Sul confine
. La questione dei “matrimoni misti” durante la persecuzione antiebraica in Italia e in Europa (1935-1945). !998 Silvio Zamorani editore   >.
Io la riassumo brevemente.: “Non è stato proceduto all’arresto dei figli dei predetti coniugi, Cardosi Giuliana di anni 18, Marisa di anni 14 e Gabriella di anni 3, in quanto il dott. Adami di codesta Questura (n.d.r. Varese), <...,> mi ha fatto presente che i suddetti sono stati erroneamente inseriti nell’elenco allegato alla nota di cui si risponde”. Così proclamava il 12 maggio del 1944 il commissario di P.S. di Gallarate, diligente suddito della Repubblica di Salò, senza neppure far caso alla tragicità grottesca della parole (il termine arresto riferito ad una bambina di tre anni!), comunicando nello stesso tempo l’arresto di Clara Pirani, mamma delle tre ragazzine, colpevole di essere ebrea.
La tragedia della famiglia Cardosi era iniziata sette anni prima quando la maestra Pirani Cardosi (“ebrea”, sposa – con rito civile e cattolico- di un “ariano” dal 1924) aveva definitivamente perso il suo posto di lavoro, per iniziare un periodo altalenante fra illusioni e disperazione, che per lei si sarebbe concluso ad Auschwitz.
Dal testo traggo due immagini di italiani “brava gente”.
Raccontano le sorelle Cardosi (pag. 12) in riferimento al giorno dell’arresto della loro madre: “Nello stesso tempo, nelle prime ore del mattino, suonarono alla porta di casate agenti di Pubblica Sicurezza e ci mostrarono l’ordine di arresto per la mamma e noi tre figlie: dissero di prepararci perché avremmo dovuto essere tradotte alla questura di Varese. Due poliziotti rimasero a piantonarci nel piccolo corridoio d’ingresso, un terzo si fermò in fondo alle scale. Ricordo in quelle ore un gran silenzio, uno di quegli uomini piangeva. Poi tornò il papà dalla scuola e ci disse che solo la mamma avrebbe dovuto partire.  <….>
A pag. 21 possiamo leggere un altro frammento della stessa storia. La signora Pirani, prima di essere deportata ad Auschwitz fu incarcerata a San Vittore. Racconta la figlia maggiore: “Due volte al mese era concesso ai familiari dei detenuti a Sa Vittore di portare un pacco per il cambio della biancheria e viveri. Il giorno fissato anch’io mi disposi sul piazzale dell’entrata principale del carcere nella lunga fila dei parenti. Quando venne il mio turno, la guardia carceraria italiana addetta al ritiro dei pacchi, dopo un rapido controllo sui registri, mi disse che il nome della mamma non risultava; mi chiese allora il motivo dell’arresto, e quando glielo dissi raccolse il mio fagotto e me lo scaraventò in faccia. L’ingresso degli ebrei al carcere di San Vittore non era neppure registrato con il nome: capii allora che, fin dall’entrata in quel carcere, gli ebrei avevano perduto qualsiasi identità, quindi nei loro confronti la violazione di qualsiasi obbligo civile ed umano era permessa”.

Questa non è la shoah: è solo la strada per arrivarci. Io mi limito a sottolineare l’assoluta inutilità delle lagrime del poliziotto piangente (l’inutilità, se non l’alibi, dei buoni sentimenti!) e l’italianità del tutto:
i nazisti intervenivano dopo, quando iniziava la deportazione vera e propria (e sembra che gli itinerari dei treni fossero studiati da agenzie turistiche italiane.. della serie “bisogna pur vivere).
Non dimentichiamo (anche se si cerca di non parlarne. Spero di poterlo fare più diffusamente in seguito) che fra il 1942 e il 1943 in Italia – sul territorio italiano e a gestione tutta italiana- furono creati campi di sterminio  per internare – a seguito della “conquista” italiana di parte della Slovenia e della Croazia - molte migliaia di Sloveni e Croati, uomini, donne, vecchi, bambini. In un campo vicino alla mia città (Gonars) morirono quasi 500 persone. Molti friulani cercarono di aiutarli, ma il vero aiuto, per essere efficace, sarebbe dovuto intervenire prima che l’orrore avesse inizio … Lo storico U. Sereni così commenta: “Una storia che non può essere minimizzata, e che richiede una presa di coscienza collettiva degli Italiani e un suo inserimento anche nel patrimonio conoscitivo delle nuove generazioni”. Quando leggo questo tipo di documenti cerco di contestualizzarli nel mio presente e di leggerli senza dimenticare la “catapulta di Galeano perché sono convinta che ci siamo già infilati sulla strada che il razzismo indica in modi e forme diverse, a seconda dei tempi e dei pregiudizi dominanti, ma sempre capaci di sopraffare la ragione.

domenica, gennaio 30, 2005

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  28 gennaio / 3 febbraio 2005 n. 575 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 26 gennaio 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         3.663
Israeliani              981
Altre vittime          74
Totale                4.718


Internazionale  28 gennaio / 3 febbraio 2005 n. 575 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 26 gennaio 2005.

Iracheni           15.493 - 17.721
Americani                       1.417
Altre vittime                      161

 

 

Avrei voluto scrivere qualche cosa sul giorno della memoria il 27 gennaio, ma il mio PC ha scioperato: però non voglio tacerne …e, pur se in ritardo, non mi sento fuori luogo perché la memoria ci serve tutti i giorni non solo nelle occasioni preconfezionate. Anzi forse la memoria quotidiana è più utile perché è quella che non si lascia tentare dalla quiete catartica che spesso è provocata dalle celebrazioni, soprattutto se indegnamente condotte.
Non so chi (ascoltavo distrattamente una rassegna stampa in cui venivano riportati i detti celebri di qualche personaggio dal ruolo importante .. forse era il ministro Fini, ma non ne sono certa …) ha dichiarato che il perdono è un nobile sentimento, ma non basta.
Io mi sono letteralmente infuriata perché di sentimenti, soprattutto se buoni, non ne posso più.
Ho partecipato molto attivamente agli eventi connessi alla guerra nella ex Jugoslavia nei primi anni ’90. Allora i buoni sentimenti (laici e religiosi) erano la maniglia sicura cui si aggrappavano coloro che si ritenevano (e come tali erano riconosciuti) protagonisti dell’accoglienza dei profughi dalla ex Jugoslavia: eppure, nonostante la legge italiana riconoscesse il diritto dei disertori ad essere accolti, questi venivano tranquillamente rifiutati da chi controllava i confini senza che nessuno dei guru dell’epoca esprimesse parola che avesse la dignità di essere frutto di una riflessione nel merito. Eppure – politici, responsabili di associazioni, illustri opinionisti, rappresentanti di chiese e comunità religiose …- tutti erano consapevoli che si stava combattendo una guerra interetnica e che molte delle motivazioni al rifiuto di combattere o almeno alla fuga successiva all’orrore delle prime azioni militari (dal fucile allo stupro il passo era – come in ogni guerra- obbligato) erano la ragione della diserzione. I “buoni” si impegnarono allora per concentrare l’attenzione sulla povertà materiale, sui soggetti la cui debolezza è legata alla “natura”: quindi eravamo invitati a commuoverci per bambini, vecchi, donne … e specularmente ad ammirare e imitare coloro che a queste realtà potevano rispondere, ma i disertori, come tali erano tenuti fuori dal nostro discorso.
In questo caso avremmo dovuto in primo luogo far appello alla ragione, discutere dei diritti che ci appartengono in quanto anche ad altri appartengono, ragionare sul contratto sociale che ci accomuna … ma l’incontro fra cittadini aventi come tali pari dignità non sembrava ben accetto. Così si perse una grossa occasione per dar forza a chi, se avesse trovato voce, sarebbe potuto essere ponte di pace.
Senza voler far paragoni fra i due fatti (l’enormità della shoà ha caratteristiche proprie, ma non irripetibili: Hannah Arendt e Primo Levi insegnano) credo di poter dire che la forza dell’immagine del buono che si china sul povero impedì una riflessione collettiva nell’ultima tragedia balcanica. A me quell’immagine sembra ispirata dalla stessa logica che consentì a molti nell’ambito della chiesa cattolica (e non solo) di soccorrere gli Ebrei perseguitati e, tanto per restare all’ultima polemica, a Pio 12mo (1946) di giustificare la sottrazione dei bambini ebrei alle loro famiglie e alla loro gente in nome del battesimo burocraticamente somministrato. Certamente Pio nono aveva fatto di peggio (e ciononostante è stato beatificato) ma il documento del Sant’Uffizio, recentemente pur riassuntivamente pubblicato, parla da sé (chi volesse leggerlo e leggere parte della rassegna stampa connessa può andare a
www.adista.it e prendere visione dei numeri 3, 4 e 5 dell’anno in corso).
A mio parere solo se la memoria non affoga nella melassa dei buoni sentimenti di comodo, può assolvere la funzione che, qualche anno fa, lo scrittore Galeano ha chiamato di “catapulta”.
Lo scorso anno a Roma ho visitato la mostra “Dalle leggi antiebraiche alla shoà” (delle leggi razziali italiane scriverò ancora perché ritengo siano un argomento essenziale perché la memoria si faccia “catapulta”) e ho avuto modo di ammirare la rigorosa esposizione di documenti che aiutavano a capire gli effetti dell’infamia di quelle leggi e non trascuravano il richiamo alla propaganda razzista che connotò il colonialismo italiano e aiutò gli italiani ad accettare le norme successive esplicitamente razziste, ma nulla era detto sulla parallela persecuzione dei Rom. Certamente il popolo Rom non ha e non aveva gli strumenti per sostenere la propria memoria storica attraverso gli scritti, ma la persecuzione ci fu, anche in Italia. Nell’accurato catalogo che era possibile acquistare all’ingresso della mostra romana (ma perché i curatori non hanno pensato a un CDrom che sarebbe stato strumento utilissimo nelle scuole?) solo Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha ricordato la persecuzione del popolo Rom, scrivendo nella prefazione: “Nella fase culminante della persecuzione in Europa la quasi totalità dei colpiti (se si fa eccezione per gli zingari) erano ebrei”.
E’ un passaggio importante, non consueto e, in quel contesto, coraggioso. Personalmente sono convinta che un elemento essenziale per un processo di pace, che non si limiti a un armistizio e possa avere influenze sul futuro, é la capacità di ogni popolo di farsi carico del dolore dell’altro.      Mi sembra la strada indicata da Luzzatto.
Per ciò che riguarda la conoscenza dello sterminio degli Ebrei mi limito a segnalare l’edizione italiana (Einaudi) del fondamentale R. Hilberg. La distruzione degli Ebrei in Europa, consapevole che ogni buona libreria in questi giorni espone abbondanti materiali in proposito.
Per chi volesse documentarsi con facilità sulla persecuzione dei Rom suggerisco un sito internet dove al momento si può leggere una scheda e qualche indicazione bibliografica ma prestissimo si potrà anche ascoltare il testo del dibattito radiofonico che ha avuto luogo sabato 29 gennaio:
http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/index.cfm
Nel sito ci sono anche indicazioni bibliografiche relative alla persecuzione dei malati di mente ma non dobbiamo dimenticare gli omossessuali, i disabili, gli oppositori politici e i testimoni di Geova. Non sono io che classifico: chi visiti i lager sa che ognuna di queste categorie era distinta da un triangolo con uno specifico colore.

Questa volta mi sento di scrivere “continua”… perché, almeno a me, queste riflessioni servono   augusta