
DIARIO DA BETLEMME
Ho proposto il mio diario per tutto il tempo della mia presenza a Bethlehem, ho cercato di “evitare ogni generalizzazione”. Volevo che l’orizzonte che mi ero imposta coincidesse “con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi”. Ho raccontato quello che vedevo senza pretese di andare oltre. Mi sono spostata – pur in un territorio molto ristretto - quanto più possibile. Ho chiesto, ho cercato di capire e, quanto più cercavo e vedevo, più lontana si faceva la possibilità di cogliere in una sintesi una realtà dove il dolore provoca paura, la paura altro dolore e l’incapacità di vedere e di vedersi genera violenza inutile e senza senso. (...) Ho deciso di continuare: lo farò traducendo via via alcuni articoli proposti dal sito www.bethlehemmedia.net, quello che si è definito come “voce dei senza voce” e che ho presentato in uno dei miei diari (e invito chi conosce l’inglese a frequentarlo).
La fotografia che apre questa seconda fase del mio blog rappresenta alcune bambine palestinesi: se il mondo non farà qualche cosa - con la diffusa convinzione di doversi adoperare per la pace attraverso ben precisi interventi politici - il saluto di queste piccole appartiene a persone cui è stato negato un futuro.
E ora... avanti con questa seconda fase del mio "Diario da Betlemme".
lunedì, gennaio 31, 2005
“La Shoah è il altte che hanno succhiato a colazione, pranzo e cena”.
Ahron Appelfeld, citato in Internazionale n. 575 (28 gennaio/3 febbraio 2005) pag. 74
Nel mio precedente diario (30 gennaio – lo potete leggere di sotto) avevo fatto riferimento alle leggi razziali italiane; è l’argomento che voglio riprendere perché per me, ragionando della shoah, non può essere eluso. Prima di tutto una questione terminologica: preferisco il termine shoah (l’ebraico catastrofe, come finalmente attestato anche nei dizionari italiani) perché la parola olocausto richiama l’idea del sacrificio, evento la cui connotazione negativa non è evidente in maniera assoluta. Quando pensiamo alla shoah invece la mente si blocca: è troppo per essere trasferito nei termini della razionalità perché della razionalità è l’assolutamente altro: è una delle situazioni storiche di fronte alle quali la parola si fa inadeguata, capace di descrivere frammenti, non di fare sintesi. Ma i frammenti sono significativi e perciò torniamo alle leggi razziali italiane.
Il testo fondamentale è il Regio decreto Legge del 17 novembre 1938 n.1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana (chi volesse leggerlo lo trova nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 264, 10 novembre 1938. Lo potete trovare anche in un rapido volumetto della collana Einaudi tascabili: M.Sarfatti. Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi). Non dimentichiamo che fu lo stesso Benito Mussolini a rivendicare pubblicamente “l’italianità” del provvedimento e non fu smentito (e a mio parere, considerando il contesto culturale su cui il razzismo si fonda, non lo è ancora, almeno non a sufficienza).
Le leggi possono sembra re astratte e allora rendiamole concrete con una storia tragica che si snoda a partire dall’applicazione fedele di quelle norme e che ho scelto per la sua “normalità”. La potete leggere in : <Giuliana, Marisa, Gabriella Cardosi. Sul confine. La questione dei “matrimoni misti” durante la persecuzione antiebraica in Italia e in Europa (1935-1945). !998 Silvio Zamorani editore >.
Io la riassumo brevemente.: “Non è stato proceduto all’arresto dei figli dei predetti coniugi, Cardosi Giuliana di anni 18, Marisa di anni 14 e Gabriella di anni 3, in quanto il dott. Adami di codesta Questura (n.d.r. Varese), <...,> mi ha fatto presente che i suddetti sono stati erroneamente inseriti nell’elenco allegato alla nota di cui si risponde”. Così proclamava il 12 maggio del 1944 il commissario di P.S. di Gallarate, diligente suddito della Repubblica di Salò, senza neppure far caso alla tragicità grottesca della parole (il termine arresto riferito ad una bambina di tre anni!), comunicando nello stesso tempo l’arresto di Clara Pirani, mamma delle tre ragazzine, colpevole di essere ebrea.
La tragedia della famiglia Cardosi era iniziata sette anni prima quando la maestra Pirani Cardosi (“ebrea”, sposa – con rito civile e cattolico- di un “ariano” dal 1924) aveva definitivamente perso il suo posto di lavoro, per iniziare un periodo altalenante fra illusioni e disperazione, che per lei si sarebbe concluso ad Auschwitz.
Dal testo traggo due immagini di italiani “brava gente”.
Raccontano le sorelle Cardosi (pag. 12) in riferimento al giorno dell’arresto della loro madre: “Nello stesso tempo, nelle prime ore del mattino, suonarono alla porta di casate agenti di Pubblica Sicurezza e ci mostrarono l’ordine di arresto per la mamma e noi tre figlie: dissero di prepararci perché avremmo dovuto essere tradotte alla questura di Varese. Due poliziotti rimasero a piantonarci nel piccolo corridoio d’ingresso, un terzo si fermò in fondo alle scale. Ricordo in quelle ore un gran silenzio, uno di quegli uomini piangeva. Poi tornò il papà dalla scuola e ci disse che solo la mamma avrebbe dovuto partire. <….>
A pag. 21 possiamo leggere un altro frammento della stessa storia. La signora Pirani, prima di essere deportata ad Auschwitz fu incarcerata a San Vittore. Racconta la figlia maggiore: “Due volte al mese era concesso ai familiari dei detenuti a Sa Vittore di portare un pacco per il cambio della biancheria e viveri. Il giorno fissato anch’io mi disposi sul piazzale dell’entrata principale del carcere nella lunga fila dei parenti. Quando venne il mio turno, la guardia carceraria italiana addetta al ritiro dei pacchi, dopo un rapido controllo sui registri, mi disse che il nome della mamma non risultava; mi chiese allora il motivo dell’arresto, e quando glielo dissi raccolse il mio fagotto e me lo scaraventò in faccia. L’ingresso degli ebrei al carcere di San Vittore non era neppure registrato con il nome: capii allora che, fin dall’entrata in quel carcere, gli ebrei avevano perduto qualsiasi identità, quindi nei loro confronti la violazione di qualsiasi obbligo civile ed umano era permessa”.
Questa non è la shoah: è solo la strada per arrivarci. Io mi limito a sottolineare l’assoluta inutilità delle lagrime del poliziotto piangente (l’inutilità, se non l’alibi, dei buoni sentimenti!) e l’italianità del tutto:
i nazisti intervenivano dopo, quando iniziava la deportazione vera e propria (e sembra che gli itinerari dei treni fossero studiati da agenzie turistiche italiane.. della serie “bisogna pur vivere).
Non dimentichiamo (anche se si cerca di non parlarne. Spero di poterlo fare più diffusamente in seguito) che fra il 1942 e il 1943 in Italia – sul territorio italiano e a gestione tutta italiana- furono creati campi di sterminio per internare – a seguito della “conquista” italiana di parte della Slovenia e della Croazia - molte migliaia di Sloveni e Croati, uomini, donne, vecchi, bambini. In un campo vicino alla mia città (Gonars) morirono quasi 500 persone. Molti friulani cercarono di aiutarli, ma il vero aiuto, per essere efficace, sarebbe dovuto intervenire prima che l’orrore avesse inizio … Lo storico U. Sereni così commenta: “Una storia che non può essere minimizzata, e che richiede una presa di coscienza collettiva degli Italiani e un suo inserimento anche nel patrimonio conoscitivo delle nuove generazioni”. Quando leggo questo tipo di documenti cerco di contestualizzarli nel mio presente e di leggerli senza dimenticare la “catapulta di Galeano perché sono convinta che ci siamo già infilati sulla strada che il razzismo indica in modi e forme diverse, a seconda dei tempi e dei pregiudizi dominanti, ma sempre capaci di sopraffare la ragione.
domenica, gennaio 30, 2005
VITTIME (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)
Internazionale 28 gennaio / 3 febbraio 2005 n. 575 pag. 15
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 26 gennaio 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.663
Israeliani 981
Altre vittime 74
Totale 4.718
Internazionale 28 gennaio / 3 febbraio 2005 n. 575 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 26 gennaio 2005.
Iracheni 15.493 - 17.721
Americani 1.417
Altre vittime 161
Avrei voluto scrivere qualche cosa sul giorno della memoria il 27 gennaio, ma il mio PC ha scioperato: però non voglio tacerne …e, pur se in ritardo, non mi sento fuori luogo perché la memoria ci serve tutti i giorni non solo nelle occasioni preconfezionate. Anzi forse la memoria quotidiana è più utile perché è quella che non si lascia tentare dalla quiete catartica che spesso è provocata dalle celebrazioni, soprattutto se indegnamente condotte.
Non so chi (ascoltavo distrattamente una rassegna stampa in cui venivano riportati i detti celebri di qualche personaggio dal ruolo importante .. forse era il ministro Fini, ma non ne sono certa …) ha dichiarato che il perdono è un nobile sentimento, ma non basta.
Io mi sono letteralmente infuriata perché di sentimenti, soprattutto se buoni, non ne posso più.
Ho partecipato molto attivamente agli eventi connessi alla guerra nella ex Jugoslavia nei primi anni ’90. Allora i buoni sentimenti (laici e religiosi) erano la maniglia sicura cui si aggrappavano coloro che si ritenevano (e come tali erano riconosciuti) protagonisti dell’accoglienza dei profughi dalla ex Jugoslavia: eppure, nonostante la legge italiana riconoscesse il diritto dei disertori ad essere accolti, questi venivano tranquillamente rifiutati da chi controllava i confini senza che nessuno dei guru dell’epoca esprimesse parola che avesse la dignità di essere frutto di una riflessione nel merito. Eppure – politici, responsabili di associazioni, illustri opinionisti, rappresentanti di chiese e comunità religiose …- tutti erano consapevoli che si stava combattendo una guerra interetnica e che molte delle motivazioni al rifiuto di combattere o almeno alla fuga successiva all’orrore delle prime azioni militari (dal fucile allo stupro il passo era – come in ogni guerra- obbligato) erano la ragione della diserzione. I “buoni” si impegnarono allora per concentrare l’attenzione sulla povertà materiale, sui soggetti la cui debolezza è legata alla “natura”: quindi eravamo invitati a commuoverci per bambini, vecchi, donne … e specularmente ad ammirare e imitare coloro che a queste realtà potevano rispondere, ma i disertori, come tali erano tenuti fuori dal nostro discorso.
In questo caso avremmo dovuto in primo luogo far appello alla ragione, discutere dei diritti che ci appartengono in quanto anche ad altri appartengono, ragionare sul contratto sociale che ci accomuna … ma l’incontro fra cittadini aventi come tali pari dignità non sembrava ben accetto. Così si perse una grossa occasione per dar forza a chi, se avesse trovato voce, sarebbe potuto essere ponte di pace.
Senza voler far paragoni fra i due fatti (l’enormità della shoà ha caratteristiche proprie, ma non irripetibili: Hannah Arendt e Primo Levi insegnano) credo di poter dire che la forza dell’immagine del buono che si china sul povero impedì una riflessione collettiva nell’ultima tragedia balcanica. A me quell’immagine sembra ispirata dalla stessa logica che consentì a molti nell’ambito della chiesa cattolica (e non solo) di soccorrere gli Ebrei perseguitati e, tanto per restare all’ultima polemica, a Pio 12mo (1946) di giustificare la sottrazione dei bambini ebrei alle loro famiglie e alla loro gente in nome del battesimo burocraticamente somministrato. Certamente Pio nono aveva fatto di peggio (e ciononostante è stato beatificato) ma il documento del Sant’Uffizio, recentemente pur riassuntivamente pubblicato, parla da sé (chi volesse leggerlo e leggere parte della rassegna stampa connessa può andare a www.adista.it e prendere visione dei numeri 3, 4 e 5 dell’anno in corso).
A mio parere solo se la memoria non affoga nella melassa dei buoni sentimenti di comodo, può assolvere la funzione che, qualche anno fa, lo scrittore Galeano ha chiamato di “catapulta”.
Lo scorso anno a Roma ho visitato la mostra “Dalle leggi antiebraiche alla shoà” (delle leggi razziali italiane scriverò ancora perché ritengo siano un argomento essenziale perché la memoria si faccia “catapulta”) e ho avuto modo di ammirare la rigorosa esposizione di documenti che aiutavano a capire gli effetti dell’infamia di quelle leggi e non trascuravano il richiamo alla propaganda razzista che connotò il colonialismo italiano e aiutò gli italiani ad accettare le norme successive esplicitamente razziste, ma nulla era detto sulla parallela persecuzione dei Rom. Certamente il popolo Rom non ha e non aveva gli strumenti per sostenere la propria memoria storica attraverso gli scritti, ma la persecuzione ci fu, anche in Italia. Nell’accurato catalogo che era possibile acquistare all’ingresso della mostra romana (ma perché i curatori non hanno pensato a un CDrom che sarebbe stato strumento utilissimo nelle scuole?) solo Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha ricordato la persecuzione del popolo Rom, scrivendo nella prefazione: “Nella fase culminante della persecuzione in Europa la quasi totalità dei colpiti (se si fa eccezione per gli zingari) erano ebrei”.
E’ un passaggio importante, non consueto e, in quel contesto, coraggioso. Personalmente sono convinta che un elemento essenziale per un processo di pace, che non si limiti a un armistizio e possa avere influenze sul futuro, é la capacità di ogni popolo di farsi carico del dolore dell’altro. Mi sembra la strada indicata da Luzzatto.
Per ciò che riguarda la conoscenza dello sterminio degli Ebrei mi limito a segnalare l’edizione italiana (Einaudi) del fondamentale R. Hilberg. La distruzione degli Ebrei in Europa, consapevole che ogni buona libreria in questi giorni espone abbondanti materiali in proposito.
Per chi volesse documentarsi con facilità sulla persecuzione dei Rom suggerisco un sito internet dove al momento si può leggere una scheda e qualche indicazione bibliografica ma prestissimo si potrà anche ascoltare il testo del dibattito radiofonico che ha avuto luogo sabato 29 gennaio:
http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/index.cfm
Nel sito ci sono anche indicazioni bibliografiche relative alla persecuzione dei malati di mente ma non dobbiamo dimenticare gli omossessuali, i disabili, gli oppositori politici e i testimoni di Geova. Non sono io che classifico: chi visiti i lager sa che ognuna di queste categorie era distinta da un triangolo con uno specifico colore.
Questa volta mi sento di scrivere “continua”… perché, almeno a me, queste riflessioni servono augusta
domenica, gennaio 23, 2005
VITTIME (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)
Internazionale 21 / 27 gennaio 2005 n. 574 pag. 17
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 19 gennaio 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.655
Israeliani 980
Altre vittime 74
Totale 4.709
Internazionale 21 / 27 gennaio 2005 n. 574 pag. 16
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 19 del 12 gennaio 2005.
Iracheni 15.365 - 17.582
Americani 1.370
Altre vittime 160
Penso che la prossima settimana, scrivendo il numero delle vittime “di cui è possibile fare la conta”, troverò almeno una unità in più nei totali dei morti in Iraq. Sarà il giovane maresciallo italiano morto a Nassirya a bordo del suo elicottero. Gli saranno assicurati gli onori dei funerali di stato. Non so che effetto facciano alla sua vedova e forse è bene che la sua bimba non lo sappia: non si baratta un padre con un funerale ed è troppo piccola per esprimere una sua volontà. A me sembra una scelta senza pietà.
Ma più impudiche ancora sono le notizie che sento. Ora si progetta l’invio in Iraq di elicotteri più sicuri nella difesa di chi è a bordo (armato?); se ho ben capito la tipologia di questi mezzi è “mangusta”.
Ma il tipo dell’elicottero non ha importanza, quel che conta è l’ORA! Il che significa che neppure quelli che ostentano di credere che la presenza militare italiana sia “di pace” (e poi aggiungono, con quella ben mimata aria compunta che mi infuria, che “però la situazione è difficile”) si sono preoccupati della sicurezza dei soldati nella cosiddetta “missione” irakena (uso la parola “sicurezza” per semplificare, perché mi sembra un termine grottesco in una situazione di guerra).
Naturalmente questo significa anche (e soprattutto) sfuggire alla questione più importante: il rapporto fra la sicurezza militare e la sicurezza della popolazione. Le antiche guerre impegnavano sul campo solo le truppe: alla popolazione erano riservati stupri, saccheggi, assassinii e schiavitù (quella schiavitù che tanto piace ancora a chi vuol demonizzare il diverso anche senza sprecare le proprie energie in guerra. I mezzi si trovano – e non solo illegali – pur in situazioni di non belligeranza, che consentono di far uso di singolari armi improprie quali media rozzi e asserviti e persino i presepi).
Le guerra recenti hanno rovesciato la situazione: il luogo proprio della guerra e delle sue conseguenze è la società civile (anche se può accadere che un poveretto andato in territorio di guerra -perché?- ci rimetta la vita) e la sicurezza delle popolazioni non entra nel quadro della cultura militarizzata (ovunque e comunque sia agita).
Quindi la conta continuerà. Per quanto? E per quanto il governo italiano vorrà costringerci ad essere parte responsabile nella creazione di vittime? E quanto dovremo pagare ancora la devastazione della Costituzione, iniziata nella prima guerra del Golfo, con il disprezzo parlamentar-governativo all’art.11?
augusta
sabato, gennaio 22, 2005
Perché usare parole proprie quando bastano quelle altrui?
Credo che l'articolo he riporto meriti la massima diffusione augusta
La Stampa 20 gennaio 05
LE TESTIMONIANZE DELL'ORRORE Credere l'incredibile 20 Gennaio 2005 di Barbara Spinelli
Noi non sappiamo che cosa sia realistico o non realistico: noi qui stiamo morendo tutti! Vai a dire questo!». Con queste parole Leon Feiner, attivista dell’organizzazione Jewish Socialist Bund, si accomiatò da Jan Karski nel '42, dopo l'invasione nazista della Polonia. Era ormai chiuso nella trappola che Varsavia era divenuta per gli ebrei, e Karski era la sua unica speranza. Karski era un diplomatico polacco, cattolico, che nel ’41 era entrato clandestinamente nel Paese occupato e aveva visto l'essenziale: il ghetto di Varsavia, il campo di sterminio di Belzec alla frontiera con l'Ucraina, le stelle gialle, l'uccisione per le strade di donne, bambini. Era un testimone prezioso e fu incaricato di raccontare gli eventi a Londra e in America, mostrando i filmati presi nella spedizione. Non fu ascoltato, se non da pochi. Non gli credette nessuno, tranne qualche spirito profetico. Fu così sempre, nei genocidi del XX secolo.
Dopo aver letto il rapporto di Karski e visto i suoi film, Ignacy Schwarzbart in nome del Consiglio nazionale polacco di Londra inviò un telegramma al Congresso Ebraico Mondiale, alla fine del ’42: «Ebrei in Polonia quasi completamente annientati - STOP - A Belzec costretti scavare loro tomba suicidio di massa centinaia di bambini gettati vivi in canali di scolo - STOP - Ebrei nudi trascinati camere della morte - STOP - Migliaia di vittime quotidiane intera Polonia - STOP - Credere l'incredibile - STOP». Credere l'incredibile: ecco la frase che spiega tanti misteri, nelle reazioni del mondo a Auschwitz. Che spiega il silenzio, l'indifferenza delle democrazie, dei maestri di pensiero e di religione. Furono numerosi perfino gli ebrei, a non credere: negli Stati Uniti, Karski non riuscì a smuovere Felix Frankfurter, giudice della Corte Suprema, e Isaiah Berlin - nel '42 lavorava all'ambasciata britannica di Washington - non vedeva più di un pogrom, una persecuzione abituale. Stessa reazione l'ebbero dirigenti sionisti come Nahum Goldman, Chaim Weizmann, David Ben-Gurion. Scrive la studiosa Samantha Power, in un libro esemplare, che i rappresentanti della civiltà vivevano in «un crepuscolo tra il sapere e il non sapere» (Voci dall'Inferno, Baldini Castoldi Dalai 2004). Questo era dunque il contesto, in cui i contemporanei di Auschwitz pensavano, operavano, prima della liberazione dei campi sessant'anni fa. Questa la sensibilità ottenebrata, la mancata percezione del carattere inedito dell'orrore: il contesto è qualcosa che gli storici non possono ignorare, e che secondo molti giustifica silenzi e omissioni non solo durante, ma dopo lo sterminio. Lo si è potuto constatare nell'avvincente dibattito aperto dal Corriere della Sera su Pio XII e l'ordine, nel '46, di non restituire alle famiglie i bambini ebrei salvati e battezzati durante il genocidio. La storia non si giudica con il metro del presente, è stato detto.
E certamente non possiamo ignorare tutti quegli ingredienti (il contesto appunto, o come si dice oggi il comune sentire, l'orientamento largamente diffuso all'epoca dei fatti) che sono la stoffa di cui da sempre è fatto il Zeitgeist, e cioè quello spirito dei tempi teorizzato da Hegel e descritto da Goethe come «predominio» di un pensiero che «s'impossessa delle masse» e non tollera pareri contrari. Karski e altri non furono ascoltati, e tale era il Zeitgeist degli Anni 30 e 40. Lo era per vari motivi. Perché le sovranità degli Stati erano intangibili, e la lotta a Hitler era contro la sua espansione militare. Il crimine era talmente inconcepibile da sembrare non possibile. Gli ebrei erano stati perseguitati tante volte, e non si vide lo strappo. Ma soprattutto non c'era un nome, per dirlo. Il crimine era non solo inconcepibile ma ineffabile, dunque condannato a restare nel crepuscolo tra dire e non dire, agire e non agire.
Spirito dei Tempi si comprende, ma non è in realtà di enorme aiuto. Quel che avvenne durante il genocidio e dopo chiarisce il perché di tante rimozioni (compresa la rimozione in Israele; compresa la rimozione favorita dai comunisti in Est Europa: nei Lager le lapidi tacitavano il martirio degli ebrei, giudicato secondario rispetto a quello dei comunisti), ma è utile più per una cura di guarigione dopo il delitto, che per una cura che lo scongiuri. La questione davvero cruciale è un’altra, e la lezione di Auschwitz non concerne tanto l'espiazione-riparazione quanto la prevenzione. Come dice Freud criticando Dostoevskij: quel che conta nell'etica è evitare di fare il male, non anelare a lacerate espiazioni. E la memoria giova se salvaguarda i due ricordi: come si patì l'orrore e lo si pensò dopo, ma anche come fu intuito e ritenuto scongiurabile prima, se testimoni e moniti fossero stati ascoltati.
Di questo gli storici non si occupano molto, anche perché la figura del testimone non ha sempre diritto di cittadinanza nei loro archivi. Eppure è questo che può aiutare a capire, ad agire: la rievocazione degli allarmi che furono lanciati da un certo numero di illuminati. Lo studio del loro carattere, del loro metodo. Esaminando le opere di chi seppe dire l'orrore, si apprende una grande lezione: non è necessaria una vista specialmente acuta, né occorre attendere di avere un'idea sulle idee del genocidio (questo il significato di vocaboli improbi come concettualizzazione, contestualizzazione della Shoah). È sufficiente avere una quantità modica di decenza, non influenzabile dalle circostanze. E per istituzioni come il Papa di Roma, è sufficiente - lo ricorda Claudio Magris - rammentare che la Chiesa non è figlia del Zeitgeist ma difende «verità ritenute immutabili». L'antigiudaismo tradizionale che allignava nel cristianesimo aveva creato un clima favorevole all'antisemitismo hitleriano ma non aveva a che fare con Auschwitz.
Qualcosa di nuovo era apparso in Europa, un antisemitismo che non spingeva gli ebrei né a convertirsi né a fuggire ma che li chiudeva in spazi chiusi e li annientava. E il nuovo che irrompe nel presente, solo uno sguardo profetico può intuirlo: non perché il profeta anticipi l'avvenire, ma perché sa descrivere il presente. Solo i profeti e i vigili hanno quel che serve: non una visione storicizzata dell'etica ma un'immaginazione morale, e la capacità di dare un nome all'Inferno. Non mancarono uomini simili, dotati di fantasia etica. Basta ricordare due nomi, a parte Karski. Il primo è Arnold Schönberg: nel libro Un Programma in Quattro Punti per l'Ebraismo, scritto fra il '33 e il '38, il musicista fa la lista meticolosa degli ebrei minacciati da Hitler che vivono in Germania, Austria, Europa centro-orientale: «C'è posto nel mondo per circa 7 milioni di persone? O questi milioni sono condannati alla finale rovina? A divenire un popolo estinto, affamato, macellato?». Schönberg fa capire che non l'eroismo s'impone. Basta un po' d'anticonformismo, ed essere «osservatori svegli, realistici». Così l'immaginazione morale si mette a servizio del realismo, solitamente evocato per giustificare omissioni. Schönberg aveva visto montare l'antisemitismo nuovo fin dai primi Anni 20, in Austria. Il secondo è Raphael Lemkin, un giurista polacco che dopo il genocidio degli armeni nel '15 aveva capito quale disastro può nascere da crimini prima non visti, poi impuniti. Poco prima di invadere la Polonia, Hitler aveva rassicurato così i comandanti del proprio esercito: «Chi ricorda ancora, oggi, il genocidio degli armeni?». Nessuno lo ricordava perché non esisteva ancora un nome per simile crimine, e solo il nome poteva fondare secondo Lemkin una giurisprudenza internazionale. Il 24 agosto '41, mentre i nazisti avanzavano in Russia, Churchill aveva detto alla Bbc: «Interi distretti vengono sterminati, migliaia sono le esecuzioni a sangue freddo. Dall'invasione dei Mongoli non s'è visto un mattatoio simile. Siamo in presenza d'un crimine senza nome».
Grazie a Lemkin, il crimine senza nome riceverà invece un nome, già nel '43: genocidio. E una volta trovato il nome si potrà poi legiferare. Nel '48, l'Onu approva una Convenzione sul genocidio, e a Norimberga il reato di cui saranno accusati i nazisti sarà genocidio. Negli Anni Cinquanta si troverà il nome di Olocausto (lo storico ebreo Poliakov nel '51, lo scrittore cattolico Mauriac nel '58). Poi, sulla scia del film di Claude Lanzmann, si parlerà di Shoah. Dare un nome è cruciale, se si vuol far fronte agli stermini prima che succedano. Per Ruanda e Bosnia non si volle usare la parola genocidio, perché la convenzione Onu comporta il dovere d'intervento. Anche l'annientamento con armi chimiche di circa 100.000 curdi iracheni nell'87 non fu chiamato genocidio. Furono le amministrazioni Reagan e Bush senior a opporsi, perché Saddam era allora un prezioso alleato. Divenne nemico da abbattere quando stava diventando, grazie a ispezioni e sanzioni, nella sostanza innocuo. Il motivo per cui contano più i prodromi che la successiva elaborazione della colpa è che nel futuro varrà la pena prevenire ecatombi simili, piuttosto che trovare il modo più eccelso di piangere i morti. Per far questo, bisogna non solo dare il nome al delitto, come ha fatto Lemkin, ma riscrivere un intero vocabolario, a partire dall'esperienza di Auschwitz. Bisogna ridefinire la classica politica di potenza e dunque la sovranità assoluta degli Stati, stabilendo che essi non possono fare qualsiasi cosa sul proprio territorio. Bisogna avere l'immaginazione morale atta a dire l'indicibile, l'incredibile. Non bisogna dare colori metafisici agli eventi: Auschwitz è uno sterminio di popoli (ebrei, polacchi, zingari); non è né un misterico sacrificio (un Olocausto) né un'esperienza che riguarda solo gli ebrei. E non sono coinvolti solo etnie ma modi di essere, di vivere (malati mentali, omosessuali). Bisogna rivedere il concetto di comune civiltà umana, liberandola dagli unanimismi: la civiltà umana, dice Ignatieff, è unita nella coscienza della propria diversità. Nessun essere sulla terra si differenzia come gli uomini (per colore di pelle, religione, stili di vita), ed è questo il tesoro da salvare.
È perché non c'è ancora questo vocabolario che tanti tabù, legati a Auschwitz, rischiano oggi di cadere. Tra questi: l'eugenetica; o la tortura dei prigionieri di guerra, costretti a denudarsi e a vedersi umiliati nella propria religione (Abu Ghraib). Torna infine il bisogno di capro espiatorio: il bisogno di individuare categorie nemiche, per appartenenza religiosa o modi di vita. Come dice Ignatieff, il genocidio comincia con la promessa di creare un mondo senza diversi, senza nemici, fatto di gente tutta eguale. Comincia con un'utopia, e quest'utopia mortifera è dentro ciascuno di noi. E siccome l'utopia è dentro di noi, e l'orientamento diffuso tra la gente e i politici tende negli ultimi tempi a assecondarla, Auschwitz è sempre di nuovo possibile.
venerdì, gennaio 21, 2005
Palestina ai viaggi di Confronti, cui ho partecipato dal 1997 al 2001 e da cui ho tratto non solo conoscenza ma anche stimoli ad approfondire quanto via via comprendevo di quel paese, fino a farne il luogo del mio soggiorno fra il 2003 e il 2004. Nel mese di dicembre 2003 una delegazione di Confronti ha percorso un itinerario simile a quello che ora viene proposto, consolidando i rapporti che rendono possibili visite e incontri non consueti augusta
Pasqua in Israele e nei Territori palestinesi 24-31 marzo 2005
Un seminario itinerante nel periodo Pasquale per conoscere alcune realtà esistenti in Israele e nei Territori palestinesi ma soprattutto per incontrare uomini e donne che, pur in situazioni estremamente complesse e difficili, credono e lavorano per la pace.
Giovedì 24 marzo
ore 10.05 Partenza per Tel Aviv ore 14.25 arrivo a Tel Aviv
Trasferimento a Nazareth e sistemazione in hotel Cena in hotel
Trasferimento a Ibillin e incontro con il padre melchita Elia Chacour
Pernottamento a Nazareth
Venerdì 25 marzo
Prima colazione
Trasferimento al kibbutz Lohamei Ha Ghettaot: incontro con alcuni membri e visita del museo Yad Layeled Pranzo presso il kibbutz
Visita della città di Akko Rientro a Nazareth Cena presso “Casa Palestina”
Visita della città vecchia di Nazareth Pernottamento a Nazareth
Sabato 26 marzo
Prima colazione Trasferimento al check point Al Hamra per entrare a Jenin
Incontro con ragazzi che hanno partecipato a progetti di Confronti
Pranzo Visita del campo profughi Incontro con autorità
Trasferimento a Nazareth Cena e pernottamento a Nazareth
Domenica 27 marzo
Prima colazione Partecipazione opzionale ai riti pasquali delle diverse Chiese
Trasferimento sul lago di Tiberiade: Monte delle Beatitudini Pranzo
Visita di Cafarnao Traversata lago con battello
Trasferimento a Gerusalemme
Cena a Gerusalemme Incontro con un rabbino, uno sheikh e il vescovo anglicano
Pernottamento a Gerusalemme
Lunedì 28 marzo
Prima colazione Visita a Yad Vashem (museo della Shoà)
Visita alla Knesset e incontri politici Pranzo libero
Trasferimento a Ramallah e incontri al Consiglio Legislativo Palestinese
Cena a Gerusalemme Incontri con giornalisti
Pernottamento a Gerusalemme
Martedì 29 marzo
Prima colazione Trasferimento a Betlemme Visita della Basilica della Natività
Incontri all'International center di Betlemme
Pranzo presso l'International Center di Betlemme
Visita di campi profughi Trasferimento a Gerusalemme
Cena a Gerusalemme
Incontro con associazione Parent's Circle: parenti di vittime israeliane e palestinesi
Pernottamento a Gerusalemme
Mercoledì 30 marzo
Prima colazione Mattina a Gerusalemme: Santo sepolcro, Muro occidentale
Pranzo in hotel Visita di un insediamento
Cena e pernottamento a Gerusalemme
Giovedì 31 marzo
ore 1.00 Trasferimento all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv ore 5.00 partenza con volo El Al
ore 08.35 Arrivo a Roma
La quota individuale di partecipazione è di 1.150 euro e comprende:
- Passaggi aerei in classe turistica con compagnia El Al da Roma
- Kg. 20 franchigia bagaglio
- Tasse aeroportuali
- Trasferimenti da e per Tel Aviv
- Trattamento di pensione completa dalla cena del 1° giorno alla cena del 7° giorno esclusi alcuni
pasti
indicati ne “La quota non comprende”
- Sistemazione in hotel a 4 stelle a Nazareth e Gerusalemme in stanza doppia
- Autobus privato per tutte le visite i trasferimenti
- Abbonamento sanitario
- l'assistenza di una guida per l'organizzazione
- una guida culturale
- un abbonamento sostenitore individuale al mensile Confronti
- la guida “Sentieri di pace” edita da Com Nuovi Tempi
- Per informazioni e iscrizioni rivolgersi a Ufficio Programmi di Confronti tel. 06 4820503 e-mail:
programmi@confronti.net entro e non oltre il 14 febbraio 2005
- E' necessario essere in possesso di passaporto individuale con una validità minima di sei mesi dopo la partenza
- Il programa potrebbe subire delle variazioni
martedì, gennaio 18, 2005
Ricevo e giro perché l’idea mi sembra ottima: queste forme di comunicazione diretta sono un antidoto sempre più efficace alle carenze di molta informazione.
Se andate sul sito www.report.rai.it potrete leggere le altre mail inviate. augusta
lettera inviata alla trasmissione Report.
Se siete d'accordo, inviate anche voi una mail, a sostegno della trasmissione. E' importante...
"Sono contento che, a giustificare il pagamento del canone della tv pubblica, ci siano trasmissioni come quelle sulla mafia fatte da Report.
Come cittadino e come insegnante vi ringrazio e vi sostengo, per l'esempio di informazione e di battaglia per la democrazia che portate avanti "
firmato: Lino Di Gianni.
domenica, gennaio 16, 2005
VITTIME (di guerre in cui è possibile contare…)
Internazionale 14 / 20 gennaio 2005 n. 573 pag. 15
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 12 gennaio 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi 3.634
Israeliani 973
Altre vittime 75
Totale 4.682
Internazionale 14 / 20 gennaio 2005 n. 573 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 12 gennaio 2005.
Iracheni 15.289 - 17.503
Americani 1.357
Altre vittime 160
Per non dimenticare la tortura … approfitto della traduzione di un editoriale di Le Monde, che traggo da <bloggerscontroguerrra.splinder.com> (mercoledì, 12 gennaio 2005).
Il curatore del blog aggiunge altre informazioni, fotografie e considerazioni (che potrete trovare alla fonte) e la precisazione: “Avviso: la mia traduzione è stata fatta in velocità, anche se fedelmente, tuttavia consiglio di controllare l'articolo in francese)”. Naturalmente da bloggerscontroguerra è possibile accedere direttamente alla fonte francese. Invidio molto i “ bloggers”, che hanno queste competenze che, comunque, sono a disposizione di tutti.
augusta
Quarto Anno a Guantanamo
'I primi prigionieri della "guerra contro il terrorismo" sono stati trasferiti nella base navale di Guantanamo Bay, sull'isola di Cuba, l'11 gennaio 2002. Tre anni dopo, il numero dei detenuti, negli edifici costruiti specialmente dalle forze armate degli Stati Uniti, è di circa 500, appartenenti a 42 nazionalità.
Si valuta che siano 200 coloro i quali sono stati liberati, spesso discretamente, o rimessi alle autorità dei loro paesi. Quest'ultimo caso è quello di 4 Francesi, su 6 0 7 che erano detenuti (la nazionalità di uno di loro è contestata).
Un portavoce del Pentagono ha indicato, il 6 gennaio, che la proporzione dei prigionieri attuali che hanno un "valore", dal punto di vista dell'informazione, è del 25%. Supponendo che questo sia un motivo accettabile per mantenerli in stato di detenzione, che dire degli altri tre quarti? Quali accuse pesano su di loro? Davanti a quale tribunale ne risponderanno, e quando? La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso, nel giugno 2004, contro il parere del governo, che le giurisdizioni civili americane erano del tutto competenti sul territorio di Guantanamo Bay. Questa decisione ha avuto la conseguenza di congelare le procedure dei tribunali militari, istituiti dal Pentagono, senza assicurare un esame rapido dei ricorsi da parte dei tribunali civili.
In quel periodo, dei documenti del FBI,ottenuti da militanti dei diritti dell'uomo, grazie alla legge sulla libertà d'informazione, hanno rilevato che gli interrogatori praticati a Guantanamo sono stati accompagnati da violenze. Il Comitato internazionale della Croce Rossa, solo organismo autorizzato dagli Stati Uniti a sorvegliare le condizioni di vita dei prigionieri, aveva già denunciato, nel novembre 2004, dei metodi "equivalenti a delle torture".
La verità, semplice, è che i dirigenti americani hanno fabbricato, a Guantanamo Bay, un mostro giuridico. Ora devono mettere fine a questa situazione, rapidamente e appropriatamente, liberando i detenuti i cui dossier siano vuoti e perseguendo gli altri davanti ai tribunali ordinari.'
Articolo da Le Monde: http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3208,36-393802,0.html (ARTICLE PARU DANS L'EDITION DU 12.01.05).
giovedì, gennaio 13, 2005
La provenienza di questo comunicato da Amnesty International è certa augusta
COMUNICATO STAMPA CS02-2005 IRAN:
LEYLA MAFI NON E' PIU' IN IMMINENTE RISCHIO DI ESECUZIONE
Leyla Mafi, la ragazza diciannovenne condannata a morte in Iran per 'reati di natura morale', costretta a prostituirsi sin da bambina, non é più in pericolo di esecuzione. Le autorità iraniane hanno annunciato una revisione del caso, alla luce delle notizie secondo le quali Leyla avrebbe uno sviluppo mentale pari a quello di una bambina di otto anni.
Il 26 dicembre il ministro degli Esteri iraniano ha annunciato alla stampa che il caso di Leyla Mafi era stato affidato agli organi competenti per ulteriori indagini. E' possibile che la Corte suprema, prima di pronunciarsi sulla condanna a morte - che rimane in vigore - attenda i risultati di queste indagini, che potrebbero durare diversi mesi.
Leyla Mafi e' stata avviata alla prostituzione dalla madre all'età di otto anni. Un anno dopo, ha dato alla luce il suo primo figlio ed e' stata condannata a 100 frustate con l'accusa di prostituzione. A 12 anni e' stata venduta a un uomo di nazionalità afgana, la cui madre ha continuato a farla prostituire. A 14 anni ha avuto altri due figli ed e' stata condannata di nuovo a 100 frustate. Infine, e' stata venduta a un altro uomo.
Leyla Mafi e' stata condannata a morte da un tribunale della città di Arak per 'atti contrari alla castità, ovvero per aver diretto un bordello, aver avuto rapporti sessuali con consanguinei e aver dato alla luce un figlio illegittimo. Un quotidiano di Teheran, alla fine dello scorso novembre, aveva sollevato il caso, citando la disabilità mentale di Leyla e il fatto che la ragazza era stata condannata a morte solo sulla base della propria testimonianza e senza essere esaminata da un medico.
Una seconda condanna a morte nei confronti di una donna e' stata sospesa alla fine del 2004. Il 23 dicembre le autorità iraniane hanno annunciato di aver sottoposto alla Commissione per l'amnistia e la clemenza il caso di Hajieh Esmailvand, condannata alla lapidazione per adulterio.
FINE DEL COMUNICATO Roma, 12 gennaio 2005
Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6976920, e-mail: press@amnesty.it
mercoledì, gennaio 12, 2005
Segnalazione importante:
Il sito <battelloebbro.splinder.com> in data 9 gennaio propone un progetto di adozioni a distanza (la stessa proposta è riportata anche in <bloggerscontroguerra.splinder.com> in data 11 gennaio) cui nei giorni successivi fanno seguito considerazioni di lettori..
Il progetto è interessante perché fa capo ad una solidarietà organizzata collettivamente (e richiede quindi l’esborso di quote molto ragionevoli) ed è accuratamente documentato.
Sono molte le questioni di cui vorrei scrivere, ma ho deciso di mettere (per ora) da parte il voluminoso materiale raccolto e dare la precedenza a un’esperienza promossa dal mensile Confronti (è possibile accedervi direttamente da questo blog). Purtroppo il numero di gennaio (in cui è possibile leggere questo materiale) non si trova ancora su Internet: quando però si accede al sito della rivista compare una scheda delle librerie che vendono Confronti (altrimenti reperibile in abbonamento). Quello che riporto è un articolo e una scheda connessa; lascio la seconda scheda e l’ampio servizio fotografico alla curiosità di chi voglia meglio documentarsi.
Dell’argomento avevo già scritto il 21 novembre ma mi ripeto per l’importanza che attribuisco a questo tipo di iniziative. Trovo continuamente infatti persone teledipendenti, convinte che il popolo palestinese sia un blocco uniforme di adulti islamici fondamentalisti, disposti a farsi terroristi. D’altra parte mi capita di imbattermi in iniziative in favore dei palestinesi che si occupano anche di bambini ma, quando ne garantiscono una presenza in Italia, spesso li lasciano chiusi nel guscio in cui Israele li ha ridotti, prigionieri della logica militarizzata della “vittoria” –come via d’uscita dal loro dolore- e non ne favoriscono l’incontro con chi è diverso da loro. Eppure questi bambini, crescendo, dovranno (se pace sarà possibile) dialogare con il “nemico” e la capacità di dialogo non è un dono di natura ma richiede – al di là di ogni buon sentimento- una competenza che deve essere educata e affinata. Per questo condivido pienamente la conclusione dell’articolo di Lucia Cuocci cui rinvio come un elemento di autentica saggezza politica. augusta
Fiori di pace Quei «piccoli» costruttori di pace Lucia Cuocci
Dal 12 al 21 novembre 2004 si è tenuta a Roma la terza edizione di «Fiori di pace». Un progetto dell’Assessorato alle politiche educative del Comune di Roma, in collaborazione con «Confronti».
Un’occasione d’incontro tra ragazzi israeliani e palestinesi.
«Questo è l’inizio della pace, perché noi adesso da una parte possiamo portare questa esperienza ai nostri amici e genitori affinché si aprano alla possibilità di pace, e dall’altra, se non si farà la pace adesso, quando saremo grandi potremo fare di più». Sono le parole di Reem, araba-israeliana, proveniente dal villaggio misto Nevè Shalom / Wahat al-Salam in Israele. Lei, insieme ad altri quattro ragazzi del villaggio sono è venuta a Roma per incontrare cinque ragazzi provenienti da Jenin, nei Territori palestinesi. Un’occasione unica: «Fiori di pace 2004».
Il progetto finanziato dall’Assessorato alle politiche educative del Comune di Roma, in collaborazione con il nostro mensile, si è svolto dal 12 al 21 novembre 2004. I bambini provenienti da Jenin, coordinati dall’Istituto Almadina di Nazareth, sono però arrivati un giorno più tardi: partiti il dieci novembre sono giunti a Roma solo il tredici per ritardi burocratici dovuti alla morte del presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat, che Maha (palestinese di Jenin) ricorda così: «Abu Ammar (padre di Ammar, questo è il nome con cui i palestinesi chiamavano Arafat) ha impegnato tutta la sua vita per il futuro della Palestina, è morto ma rimane nei nostri cuori e nelle nostre menti. Continueremo a tramandare il suo testamento di generazione in generazione».
Il progetto si è aperto con l’invito in Campidoglio da parte del presidente del Consiglio comunale di Roma Giuseppe Mannino, che ha ricordato che «Roma è un luogo di pace e l’incontro tra giovani israeliani e palestinesi è una ricerca di dialogo che è già un atto di pace». Il consigliere comunale Dino Gasparri, del gruppo Ds, ha poi ricordato che per la pace sono importanti gli atti diplomatici ma certamente lo sono anche i piccoli gesti: l’essere seduti gli uni accanto agli altri, israeliani e palestinesi. Maha, nel ringraziare il Comune di Roma, ha detto che i ragazzi come lei, pur essendo molto giovani, possono fare la pace e devono sentirsi esortati da questo progetto.
Il cuore di «Fiori di pace», che ha visto momenti differenti – dalla giornata in un centro sportivo, alla visita ai Fori Imperiali, dall’incontro con giovani del «Centro X di aggregazione giovanile», a quello con i giovani della Chiesa Avventista del settimo giorno di Roma – è stata senz’altro l’esperienza avuta nella scuola media inferiore di Ostia Lido «A. Vivaldi». I due gruppi, infatti, hanno trascorso tre giorni con studenti italiani: laboratori di disegno, di ceramica, di canto, ma anche possibilità di parlarsi, di confrontarsi da coetanei con esperienze differenti. Hanno giocato a pallacanestro, sono andati al mare, si sono raccontati e soprattutto si sono accolti reciprocamente. Dice Veronica: «Io me li immaginavo molto diversi, pensavo che le ragazze portassero il velo e i ragazzi la tunica e invece sono uguali a noi, vestono come noi»; e Lorenzo: «Sono diversi nella lingua, sono molto riflessivi, a loro piace giocare, stare insieme e non badano alle minime cose».
Questa esperienza di cui Roma, con le sue diverse realtà, ha fatto da cornice è stata importante soprattutto per la relazione tra ragazzi israeliani e palestinesi e per raccontarsi. Kerem, israeliana: «Un giorno dovevo andare ad un centro commerciale con mia cugina e una sua amica; quando arriviamo a casa dell’amica vediamo che ci sono persone vestite di nero, chiediamo dell’amica ma la madre ci dice che è morta: in un attentato. Mia cugina, che prima aveva tante amiche arabe, ha iniziato a parlare male di loro. Per me è molto doloroso sentirla parlare male degli arabi».
Diaa, palestinese: «L’anno scorso, tre giorni prima della festa di Aid Al Fitr, ero uscito con degli amici a comprare dei vestiti. Mentre tornavo a casa ho visto un fuoco. Ho subito avuto la sensazione che fosse successo qualcosa a una persona che conoscevo, infatti si trattava di mio cugino: era stato ucciso dagli israeliani. Tra la prima e la seconda intifada ho perso dodici persone della mia famiglia, tra cui mio padre».
Ragazzi assediati e catapultati in un conflitto di cui al momento non si intravede la fine, ma ragazzi molto coraggiosi che scelgono di venire a incontrare, lontano dalla loro terra, i «nemici». Racconta Kerem: «Quando ho sentito che i palestinesi stavano arrivando qui in hotel, ho sentito una emozione forte, non sapevo cosa fare, ho iniziato a girare su me stessa». Maha: «Io credevo che tutti gli israeliani volessero la guerra contro di noi, e invece qui ho capito che questi ragazzi sono buoni con noi e vogliono davvero la pace». Baraa, palestinese: «Qui in Italia abbiamo parlato di pace e ho visto che gli israeliani incontrati qui sono molto diversi da quelli che vedo tutti i giorni a casa mia: qui ho trovato persone dolci e gentili, quelli che vedo a Jenin sono soldati».
Tra le tante visite anche quelle alla Sinagoga di Roma e alla Grande Moschea di Roma. In quest’ultima è stato molto curioso osservare ragazze palestinesi redarguite dai loro correligionari perché non indossavano un velo vero e proprio e ragazze ebree con un velo tradizionale, segnale di grande apertura e grande rispetto laddove si pongano le condizioni per un confronto pacifico.
Tre giorni prima della partenza si inizia a piangere. Maha: «Ci siamo avvicinati molto gli uni agli altri e adesso abbiamo paura del momento dell’addio». L’addio è infatti dolorosissimo: baci, abbracci, foto, frasi sui diari... impossibile allontanarli, ci pensa l’autista del taxi che aspetta: diventa una furia.
Quello che i ragazzi vorrebbero fare adesso è incontrarsi a casa loro, dare un seguito a questa amicizia, ma sarà molto difficile: gli israeliani non possono entrare a Jenin e i palestinesi non possono andare in Israele. Sicuramente servirebbe qualche permesso speciale... ma più ancora sarebbe necessaria un po’ di attenzione a questi desideri di vita.
Le parole degli studenti romani. Proponiamo la testimonianza di alcuni studenti della scuola media statale «A. Vivaldi» di Ostia che hanno incontrato i loro coetanei israeliani e palestinesi.
Tutti sappiamo che nel mondo si combattono molti conflitti e uno di quelli più significativi è quello israelo-palestinese, di cui ognuno di noi ha diverse notizie. Conosciamo le cause, i fatti e le conseguenze; ma come vive la popolazione? E soprattutto: come vivono i ragazzi? Grazie alla scuola noi abbiamo potuto ascoltare delle vere testimonianze raccontate dai nostri coetanei provenienti da quei luoghi. (Jessica Cappelli e Fabiana Valdi, III M)
«Confrontarsi con realtà diverse è molto difficile, anche perché si scoprono tante sofferenze che appaiono inconcepibili e per la crudeltà che non siamo abituati a vedere. Una ragazza del gruppo mi ha descritto l’angoscia che prova quando i suoi genitori e i suoi fratelli escono di casa: ogni volta si rinnova la paura di non vederli più tornare.
Per noi è stata un’esperienza costruttiva, perché ci siamo resi conto che, malgrado la difficoltà nel comprenderci, non vi è stato limite al nostro star bene insieme. I giorni trascorsi con loro sono stati veramente piacevoli e ci ha molto divertito vederli così stupiti e interessati quando li abbiamo accompagnati al mare, sembrava non l’avessero mai visto: hanno giocato, riso, si sono divertiti tanto e in quel momento sono tornata indietro nel tempo, quando, più piccola, mi entusiasmavo per tutto ciò che era nuovo». (Tiziana Tedesco, II G)
«Questa esperienza di vita ci è stata molto utile sia per il presente che per il futuro. Dopo ciò sicuramente guarderemo i telegiornali, leggeremo, ci informeremo in modo diverso, non più con i soliti pregiudizi... ma capendo meglio la situazione che loro oggi vivono, di disagio e paura. Anche se all’inizio eravamo tutti un po’ preoccupati, quando ci siamo incontrati tutto è cambiato, non abbiamo avuto problemi a parlare: anche se le lingue erano diverse ci siamo arrangiati come potevamo. Mi ritengo molto fortunata: ho avuto l’opportunità di conoscere gente che vive in condizioni molto difficili e ciò mi ha aiutato a capire che sono molto fortunata e che i miei problemi di ragazza adolescente non sono quelli loro, quindi tutti noi dobbiamo cercare di non essere indifferenti». (Giulia Ungaro, III H)
«Mi sono molto stupito, vedendo i loro disegni, che rappresentano il loro tempo libero: possono tranquillamente giocare per strada con i carri armati che passano. Gli israeliani e i palestinesi sono rimasti talmente traumatizzati che pensavano addirittura che la guerra ci fosse anche qui, ma poi vedendo Roma hanno cambiato idea. Si sono molto stupiti vedendo una città come Roma, dove non ci sono feriti gravi per armi da fuoco o palazzi esplosi dalle bombe.
Questo progetto mi ha chiarito molti dubbi su queste popolazioni che vivono, tutti i giorni, la guerra in primo piano. Vorrei aggiungere che i nostri problemi sono ineguagliabili e incomparabili rispetto a chi dice che la vita è faticosa. La vita degli israeliani e dei palestinesi è faticosa come è faticoso pensare ad un amico morto in guerra. Io li rispetto, perchè io nella loro situazione sarei già morto». (Giorgio Pacifici, II G)
«Alla fine, penso che entrambi i popoli abbiano diritto alla loro patria e che entrambi debbano vivere in armonia o perlomeno cessare le ostilità. Ma soprattutto ho avuto modo di conoscere dieci ragazzi meravigliosi: Kerem, Maha, Nadine... non credo che li dimenticherò mai». (Lea Nicola, III B)
lunedì, gennaio 10, 2005
Elezioni del capo del governo in Palestina. Riporto un articolo di Igor Man (di cui mi è impossibile dimenticare il “Diario arabo” della prima guerra del Golfo) e da www.peacereporter.it. E adesso aspettiamo l’estate per le elezioni del Parlamento . augusta
La stampa 10 Gennaio 2005 E adesso la Pace è possibile di Igor Man
L’avvento, quasi plebiscitario, di Abu Mazen sul fragile trono di Arafat non eliminerà certo l’occupazione, né eliminerà l’afflizione del popolo palestinese cui è stata confiscata la terra e, dunque, la patria. Ma ci dice, una volta ancora, come la democrazia sia un bene supremo poiché ti lascia scegliere liberamente. Il grigio Abu Mazen non è l’uomo di domani ma (forse) quello giusto in questo presente corrusco. Egli è l’uomo della tregua (hudna) faticosamente strappata agli irriducibili: Hamas, le Brigate al Aqsa, l'università di al Najah (Nablus) che forma architetti ma forgia altresì terroristi suicidi - quella tregua che dovrebbe avviare il processo di normalizzazione in forza del quale bukhra (domani, cioè: fra un giorno o diecimila, chissà) israeliani e palestinesi anziché ammazzarsi comincino, anzi ricomincino, a parlare di pace. Non quella - va detto subito - vaticinata dal vecchio Arafat, epico affabulatore, modesto stratega, geniale tattico, bensì la cosiddetta «pace possibile»: un realistico compromesso tra il patto leonino della Destra israeliana e il sogno, palestinese, del ritorno a Gerusalemme.
Ho già scritto d’aver ricavato la convinzione, ascoltando l’Arafat degli ultimi tempi (prima degli arresti domiciliari impostigli da Sharon), che al Khitiar, il vecchio, oramai non credesse più di tanto alla «pace dei bravi» della quale si riempiva la bocca. L’ultimo Arafat giuocava l’illusione: intelligente com’era, dannatamente intuitivo, si rendeva conto che l’unica pace cui potesse aspirare sarebbe stata, per forza di cose, una pace scamuffa, ma ammetterlo lo considerava un tradimento. Uno dei tre ragazzi buoni, onesti, fedeli che l’accudivano come figli, giusto l’obbligo coranico, si diceva convinto che Arafat sperasse in cuor suo di chiudere con una pallottola in fronte, o incenerito da un missile, nell’antro precario in cui viveva, schiavo d’un giuoco delle parti tragicamente pirandelliano.
Insomma, Arafat doveva reclamare tutto perché così era scritto nel copione del destino suo e dei palestinesi. Abu Mazen, invece, può pretendere tutto per demagogia elettorale ma intimamente deve rassegnarsi alla realtà. Traghettare un popolo frustrato, sull’orlo del pauperismo, dal «nulla» al «possibile»: questo è il compito che tocca al fedayn in doppiopetto. Ragionevole compito, epperò gigantesco.
Ecco il problema: Abu Mazen chiede a Sharon di riaprire la Road Map per così consentirgli di spegnere i residui focolai dell’intifada armata da lui già definita «un funesto errore». Sharon però gli fa sapere che si può aprire la Road Map soltanto dopo ch’egli, Abu Mazen, avrà messo la mordacchia ai terroristi, agli universitari brigatisti ristabilendo l’ordine nei Territori con le buone o con le cattive. «Sono un ottimista immerso nel pessimismo», dice Abu Mazen festeggiando (senza fanfara) il suo successo, per altro gravido di incognite. Un antico proverbio semita afferma che «quando tutto sembra perduto ti rimane pur sempre il futuro». Ma nella Palestina occupata il futuro non è per domani. E nemmeno per dopodomani.
Peacereporter Israele e Palestina - 10.1.2005 Come previsto
I primi dati confermano la vittoria di Abu Mazen
Nel caso in cui qualcuno si fosse illuso che le elezioni in Palestina potessero significare l'inizio di una nuova era per il Medio Oriente, l'uccisione di un casco blu francese nel Libano meridionale ha ricordato a tutti che tutta l'area è un ginepraio di conflitti irrisolti. Ieri mattina presto un mezzo blindato è saltato in aria su una mina degli Hezbollah (il partito armato sciita che combatte nel Libano del sud, ndr). Un militare israeliano è morto. La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere e nella zona delle contese fattorie di Sheeba al confine tra Israele e Libano, i caccia d'Israele hanno bombardato il Libano del sud, colpendo per errore un mezzo dell'Unifil, la missione delle Nazioni Unite nella zona e uccidendo un militare francese.
L'attesa che ha preceduto le operazioni di voto non era animata dall'ansia dei risultati, visto e considerato che la vittoria di Abu Mazen, candidato unico dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), non è mai parsa in dubbio. L'attenzione era tutta concentrata sullo svolgimento delle operazioni che avrebbero portato alle urne un milione e 700 mila palestinesi aventi diritto al voto, con tutte le difficoltà del caso, tra documenti mancanti, detenuti e profughi.
Ogni seggio, tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, esponeva un cartello che invitava gli elettori a non fumare, a non usare telefoni cellulari nei seggi e a non portare armi con sé. L'invito non è stato raccolto dai militanti delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, movimento armato vicino ad al-Fatah (il partito di Arafat) e al giovane leader detenuto Marwan Barghuti. Al seggio elettorale del campo profughi di Jenin si è presentato Zacharia Zubeidi, reggente del movimento dopo l'arresto di Barghuti, circondato da uomini armati.
“Voteremo compatti per Abu Mazen”, ha dichiarato Zubeidi, “per l'unità del popolo palestinese”.
Zubeidi ha tenuto nei giorni scorsi un comizio con Mazen, per evitare eccessi da parte dei suoi uomini che, com'è noto, non amano Mazen, visto come elemento troppo filo-occidentale. Ma il messaggio che Barghuti ha inviato ai suoi dal carcere era chiaro: non mi candido e appoggiate Mazen.
Quello che spaventava la leadership palestinese dell'Olp non era certo Mustafà Barghuti, ex comunista passato alle ong e fondatore di un movimento alternativo ai quadri storici dell'Intifada. Barghuti, parente alla lontana del detenuto palestinese più celebre, gode della stima popolare per il lavoro medico svolto dal Palestinian Medical Relief, l'organizzazione di cui è fondatore e dirigente, ma troppo lontano dai giochi politici necessari a imporsi alla guida della Palestina. Il vero pericolo erano Hamas e Jihad islamica.
Loro hanno il potere militare e politico, grazie all'opera capillare d'intervento sociale nei Territori, per opporsi e sabotare le elezioni. In questo senso, entrambe le organizzazioni armate hanno tenuto un profilo basso. Hanno dato mandato di astenersi ai loro sostenitori, ma ieri hanno pubblicamente dichiarato che appoggeranno chiunque vincerà le elezioni.
“Potevamo contrastare Abu Mazen”, ha dichiarato Mahmoud Zahar, leader di Hamas nella Striscia di Gaza, “nominando nostri candidati, ma non lo abbiamo fatto. Abbiamo incontrato Mazen e siglato con lui degli accordi. Collaboreremo fino alla fine dell'occupazione. Il nostro vero obiettivo sono le amministrative”. Insomma per ora va bene così, ma la resa dei conti sembra solo rimandata.
La sensazione è che Mazen andasse bene a tutti, visto e considerato il prestigio internazionale di cui gode, in un momento di transizione come quello seguito alla morte di Arafat. Hamas sa che la vera battaglia si gioca tra la gente, nel controllo capillare delle famiglie, non con le cariche roboanti ma sostanzialmente prive di significato.
Tutto come previsto quindi, con i primi exit-poll che danno Abu Mazen in vantaggio con il 65 per cento dei voti, dopo che avevano votato il 50 per cento degli elettori, mentre Barghuti è fermo al 20 per cento. Gli osservatori internazionali e le migliaia di giornalisti presenti hanno parlato di operazioni di voto chiare e credibili. Non sono mancati dei fuori programma indesiderati. All'alba di ieri, a Ramallah in Cisgiordania, cinque zeloti ebrei ortodossi della setta anti-sionista Neturrey Konta si sono recati in città per esprimere la loro solidarietà al popolo palestinese che si apprestava a votare. Il gesto della congregazione, guidata dal rabbino Moshe Hirsh che Arafat nominò ministro per gli Affari Ebraici, non è stato apprezzato e una fitta sassaiola ha ricacciato gli zeloti fuori città.
Contro un seggio di Ramallah degli sconosciuti hanno esploso colpi di kalashnikov, ma la situazione più complessa si è verificata a Gerusalemme. Gli ebrei considerano tutta la città come un pezzo d'Israele, quindi anche Gerusalemme est, che appartiene per le Nazioni Unite alla Palestina e che Israele occupa militarmente dal 1967. Permettere alle migliaia di palestinesi di votare avrebbe implicato un'ammissione implicita dei loro diritti sulla città. La situazione si presentava complessa, tanto da indurre la commissione elettorale centrale palestinese a rinviare di due ore la chiusura dei seggi. Il capo degli osservatori internazionali, l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, ha elaborato uno stratagemma che ha permesso di evitare il caos nella città.
I palestinesi hanno votato negli uffici postali di Gerusalemme est, infilando la scheda però in alcune cassette delle lettere e non in normali urne. Con questo stratagemma si è potuto evitare le proteste degli israeliani e il malcontento dei palestinesi, visto che formalmente hanno votato come dei cittadini residenti all'estero. Anche questo è il Medio Oriente. Christian Elia
sabato, gennaio 08, 2005
Ancora una notizia che traggo dal sito <battelloebbro.splinder.com>
cui segue un articolo sulle elezioni palestinesi tratto da <www.bethlehemmedia.net>.
Collego la prima notizia alla responsabile e coraggiosa decisione di Medici senza frontiere (di cui ho scritto e di cui comunque si parla) e alle due lettere che ho pubblicato in data 7 gennaio.
L’articolo riportato è purtroppo in inglese e non faccio in tempo a tradurlo oggi (le elezioni avranno luogo domani). Comunque ho già scritto in italiano di queste elezioni il 4 gennaio (articolo di Haaretz), il 20 dicembre (articolo di bethlehemmedia) e il 24 dicembre (saluto di Natale del direttore dell’International Center of Bethlehem). Chi fra i lettori volesse poi offrire un soccorso linguistico immediato può sempre farlo usando per trasmetterlo la casella dei commenti. augusta
Roma, 19:01 Tsunami, comunità cingalese dona sangue per riconoscenza
In segno di riconoscenza per l'impegno dei cittadini nella gara di solidarietà per la raccolta di aiuti umanitari da inviare nel sud-est asiatico, la comunità cingalese romana ha deciso di donare del sangue agli ospedali capitolini.
"Il gesto annunciato dalla comunità cingalese è molto bello e il riconoscimento che Roma è arrivata prima nella gara della solidarietà con le vittime del maremoto del Sud Est asiatico ci riempie di orgoglio". Questo il commento del sindaco di Roma, Walter Veltroni. "E' la testimonianza -aggiunge il sindaco - di quanto siano saldi e fondati sul rispetto reciproco i rapporti tra il Comune di Roma e la comunità dello Sri Lanka, così come lo sono quelli con tutte le comunità straniere che vivono nella nostra città". scritto da alp alle ore 00:39
Da <www.bethlehemmedia.net>
Election Elation By Daoud Kuttab December 30, 2004
After years of gloom, Palestine woke up this week to a celebration never before witnessed. Huge signs of leading candidates to presidency have replaced posters of martyrs and Intifada graffiti. Local newspapers are also full of advertisements with headlines like: “Ending the occupation”, “Security for the citizen”, “Reform and development” (Mahmoud Abbas). Or Tayseer Khaled's — the candidate for change — “No peace without Jerusalem which is the jewel of the nation and the root of our existence”. The candidate of the Democratic Front for the Liberation of Palestine even advertises his e-mail and website: www.vote-tayseer.com.
If you are travelling from Ramallah to Jerusalem, and just before you reach the Qalandia checkpoint, you are greeted by the face of Bassam Salahi, the candidate of the People's Party, with Jerusalem in the background, insisting that if elected, he will insist on the inclusion of Jerusalem in the Palestinian state.
Mustafa Barghouthi's face is also all over sidewalks and billboards. His election campaign calls on voters to “put the case (meaning the Palestinian case) in trustworthy hands”. Barghouthi, however, has been ahead of all the other candidates in using satellite Arab television stations to advertise his campaign.
An unusual candidate for the elections is Dr Abdel Halim Ashqar who is under house arrest in the United States. He is hoping to get votes from Islamists by advertising that he is an independent Islamic candidate. His campaign slogan is: “They have restricted my movement but they can't restrict my voice.”
While many candidates talk about continuing the legacy of Yasser Arafat, Abu Mazen is the only one with photos with the late president and the subheadline talking about their lifetime comradeship.
The wall and settlements feature in many advertisements, with many candidates insisting that they are opposed to the wall, to settlements and to land confiscation.
The news pages are also full of reports of this candidate visiting this location and this community or group supporting him.
Elections in Jerusalem are also the talk of the town. Unlike in 1996, this time around, there seems to be a much higher interest many Palestinians in Jerusalem have in voting. This excitement is felt mostly among the young people, many of whom will be voting for the first time in their lives, especially since they don't participate in the elections for the Jerusalem Municipality organized by the Israelis.
A strong victory for Mahmoud Abbas will be a clear change in direction for the Palestinian national cause. Unlike the expectations of some, the rhetoric of Abu Mazen with regards to his opposition to the militarization of the Intifada has not been diluted since the election campaign began. In fact, at least in one closed meeting with 160 businessmen in Ramallah, the front runner for the post of president said that there must be a clear end to the Intifada. And while other candidates are promising the electorate the moon, Abu Mazen has not even spoken of the word right of return, choosing, instead, to say that he is in favor of a just solution to the refugee problem agreed to by the two sides and in accordance to UN Resolution 194.
Abbas has also cancelled a favorite political term of the previous leadership, the Arabic word “thawbet”, which means the immovable issues, used in reference to issues like Jerusalem and refugees. For the current chairman of the PLO, politics can't be frozen and one must be flexible. Instead, of the “thawbet”, Abu Mazen says he prefers the word “rights in accordance to international law”.
The general discussion, however, is centered much more on the next phase of the political process; discussions these days are centered on the post-Jan. 9 elections whose winner is clear in most everybody's mind. But while Abbas' victory is all but assured, the two questions that are being discussed are what percentage he will get and who will be the number two winner, even though most believe it will be a distant second.
Changes are starting to appear in the Palestinian officialdom. Ahmed Qureia, the prime minister, is rarely appearing in the media and Saeb Erekat is also absent. Yosef Naser, a member of the Fateh Central Committee and a senior general from Gaza, seems to be on the rise these days, running the election campaign for Abu Mazen.
The election season has left a clear mark on the Palestinian population. It has allowed for some breathing space even though travel restrictions have not yet eased for Palestinians.
Most people discussing this upcoming period talk about the coming Abu Mazen administration and what it will do in terms of negotiations with the Israelis, restoration of the rule of law and personal security, and the general improvement in the quality of life. Much of the optimism is based on the general support that the international community has given to Abu Mazen
venerdì, gennaio 07, 2005
Non pensavo di occuparmi dei soccorsi per il maremoto, data l’ampia gamma di informazioni che circolano, ma –dopo aver dato notizia del corretto (e spero promettente) atteggiamento del governo dello Sri Lanka – voglio segnalare anche un’iniziativa locale, non per contrapporla ad altri, ma per valorizzarne la metodologia che, oltre ad essere trasparente, fa riferimento ad organizzazioni dello stato interessato.
Approfitto per segnalare anche una iniziativa di sostegno (Finisci la storia!) che ha scelto un modo simpatico di proporsi e di cui potrete trovare notizia nei siti <battelloebbro.splinder.com> e <bloggerscontroguerra.splinder.com>. Pubblicarla qui richiederebbe alcune manovre, in cui sono poco abile e terribilmente lenta, perciò vi rinvio ai siti che l’hanno promossa e che meritano un’occhiata, anche a prescindere da questa iniziativa.
Comunque io voglio sperare che chi gestirà i fondi raccolti attraverso il numero 48580 sia all’altezza delle aspettative di chi a quella raccolta contribuisce. Personalmente sono rimasta molto segnata dall’aver visto da vicino un’iniziativa gestita a livello locale nell’ambito della prima Operazione Arcobaleno (1995) per potermi permettere una fiducia senza brividi di fronte alle grandi raccolte gestite centralmente in Italia e anche di fronte alle piccole che non assicurino il massimo di trasparenza e che non facciano riferimento a centri dei paesi interessati.
Per non creare interpretazioni improprie preciso che non è il furto la mia prima preoccupazione.
Infine copio da “Il manifesto” del 6 gennaio ( pag. 4) una breve notizia che mi sembra importante:
”Lo firmano insieme i cingalesi e i tamil che vivono in Italia: è un appello affinché il governo agevoli il rientro in patria dei migranti che provengono dalle zone colpite dal maremoto. Quattro gli interventi richiesti: una proroga per coloro che stanno rinnovando il permesso, fissato da una circolare del Viminale al 15 febbraio; che sia permesso di rientrare in Italia a tutti quei migranti che avessero perso i loro documenti nella tragedia; che presso le questure siano aperti sportelli speciali per le persone che provengono dalle zone colpite; che ai “clandestini” sia concesso un permesso speciale per motivi umanitari.
A sottoscrivere l’appello tantissime realtà tra cui Senza confine, Fiom, il dipartimento immigrazione del Prc, i responsabili immigrazione di Ds e Pdci”. augusta
Testo della mail inviata il 30 dicembre 2004
Utile fino al 3 gennaio, ma se vuoi tenerti in contatto per le prossime iniziative pro Sri Lanka scrivi: info@enricopizza.it
Care e cari,
molti di voi avranno già mandato degli sms al numero 48580 per gli aiuti alle vittime del maremoto che, per fortuna - ed in linea con la proposta di legge dell'onorevole Ettore Rosato di Trieste (Intesa Democratica) -, sono stati detassati dell'Iva, in maniera che lo Stato non guadagni sulle raccolte fondi.
Sono certo però che tutti noi avvertiamo comunque un forte senso di dolore per quanto accaduto, misto a un senso di impotenza.
E' proprio così, e non sarà certo questa mail a farvi cambiare sensazioni.
Tuttavia, un mio carissimo amico (Tiziano) deve tornare a giorni - per motivi di lavoro - in Sri Lanka.
Abbiamo avuto in questi giorni modo di vedere che persino le spiagge vicino casa sua sono state devastate e, dietro queste, c'erano i locali che noi frequentavamo e il personale che li rendeva unici. Stanotte ho visto le immagini delle rotaie dove passavo per andare al mare ricoperte di detriti.... Se 120.000 morti (almeno) fanno male al cuore, immaginarsi il viso di qualcuno di essi è un incubo.
Ma a parte le sensazioni personali per un paese a me caro (mi mancano ancora notizie dell'India del sud, lì dei visi amici ricordo solo i nomi e le esperienze fatte, ma nemmeno un indirizzo mail per poter chiedere notizie), occorre cercare di aggiungere almeno quella goccia nell'oceano, oggetto di questa mail.
Una possibilità la fornisce la partenza - mercoledì 3 gennaio - di Tiziano.
Tutti gli amici conosciuti lì si sono salvati (qualcuno ferito, ma in maniera lieve). E ora tutto il paese si sta mobilitando unito per i soccorsi. In Sri Lanka gli occidentali residenti - poiché tra i pochi automuniti - stanno facendo la spola verso le zone colpite per portare soccorsi e trasportare i feriti.
Tiziano ha avuto modo di parlarci e ha chiesto di cosa avessero bisogno. In questa fase è stato escluso qualsiasi aiuto in denaro, perché con questo - tale è stato lo sconvolgimento - non ci si sa che fare, vista la penuria di beni.
Ciò che serve urgentemente - tra le altre cose - sono:
pastiglie per la disinfezione dell'acqua, compresse antidiarroichie, sali minerali per la reidratazione
non occorrono prodotti di marca, vanno benissimo i farmaci generici (chiedete in farmacia) -
Insieme all'Arcigay-Arcilesbica - e grazie alla disponibilità e sostegno (storici) del circolo Arci No Fun Club di viale Palmanova 42 - è stato creato un punto di raccolta per questi materiali:
lunedì 3 gennaio dalle 21.30 alle 23.00
Vi prego di fare avere direttamente lì almeno una confezione a scelta di questi prodotti.
Lo ripeto: non occorre denaro e garantisco personalmente per le persone che distribuiranno il materiale in Sri Lanka.
Grazie a tutti e - di cuore - l'augurio per un buon anno veramente nuovo Enrico
Udine, 5 gennaio 2005 RESOCONTO SULL'INIZIATIVA "UNA GOCCIA D'ACQUA (STERILE) NELL'OCEANO Tiziano è partito!
Dopo un pomeriggio dedicato all'imballaggio di una parte del materiale raccolto con l'iniziativa "Una goccia d'acqua (sterile) nell'Oceano", abbiamo preparato ben due borsoni pieni zeppi di presidi sanitari, per un totale di 22 kg (ripuliti dalle confezioni, per risparmiare su peso e volume).
Ecco i primi dati sul materiale che in queste ore sta arrivando in Sri Lanka:
Antidiarroici: 940 confezioni per un valore complessivo di 4.476,10 € ed un totale di 12.550 compresse.
Prodotti per la disinfezione dell'acqua: 295 confezioni, per un valore di 2087,58 €, ed un totale di circa 200mila litri d'acqua sterilizzata.
Ben più di una goccia, insomma! ;-)))
Il valore dei prodotti già spediti equivale quindi a 6.563.68 €
Un grande successo per un'iniziativa nata dall'amicizia con Tiziano e con quei popoli, e che ha coinvolto - grazie al circolo Arcigay- Arcilesbica "Nuovi Passi" - centinaia di persone della provincia di Udine.
Tuttavia, la generosità di chi ha aderito all'appello, ha permesso di raccogliere altro materiale, che - non potendo essere spedito avendo ampiamente sforato il peso disponibile per le valigie (22 kg su 35 di bagaglio complessivo) - verrà inviato la prossima settimana con Lufthansa in base alle richieste e alle priorità che ci verranno segnalate tramite Tiziano.
Avendo dato la precedenza alla spedizione urgente di ieri, attualmente vi è solo una stima di tutto il materiale raccolto, nei prossimi giorni sarà pubblicato l'elenco dettagliato su www.enricopizza.it e su www.gayfriuli.it
Per dare un'idea, però, attualmente ci sono circa 300 confezioni di integratori minerali/vitaminici, più molte decine di scatole di antibiotici ed altri presidi sanitari.
Vi preghiamo, fino al prossimo appello, di non farci avere altri farmaci perché vogliamo inviare ciò che è prioritariamente necessario solo dopo richieste precise dallo Sri Lanka, fermo restando che tutto verrà inviato in seguito.
Grazie a tutti e tutte,e ai prossimi contatti! Enrico
giovedì, gennaio 06, 2005
Ieri mattina ho pubblicato una lettera che conteneva l’indirizzo del sito governativo dello Sri Lanka finalizzato agli aiuti. Successivamente mi è stato inviato il testo dell’appello che quel sito proponeva e che non ho pubblicato; ne ha fatto invece uso una persona per una piccola donazione e, in tempo reale, le è stata inviata la risposta che trascrivo, togliendone i dati anagrafici e il numero di identificazione che le è stato attribuito.
Non posso tradurre perché non ho tempo (e non lo avrò per i prossimi giorni): sarei grata a chi volesse farlo per me (la casella commenti è a disposizione), ma pubblico tutto perché voglio segnalare la capacità del governo di uno dei territori colpiti di agire con responsabilità e trasparenza (e penso che altri siano all’altezza di fare altrettanto; dell’India si è già parlato).
Sono disgustata della gara di chiacchiere che propone un confronto fra la quantità delle donazioni dei paesi “cristiani” e quelle dei paesi “islamici”: al di là delle linee di demarcazioni religiose a ferocia sempre più crescente (non so se avvenga anche altrove; per l’Italia posso dire che la Lega è un’agenzia di formazione funzionale e non solo tollerata, ma sostenuta). A fronte dell’oscurità che fa dei “valori religiosi” e delle “nostre tradizioni” un’arma, scelta cui pochi- e soprattutto all’interno delle chiese- si oppongono, sottolineo il valore laico e democratico della trasparenza, che è una garanzia anche per il futuro dello Sri Lanka, cui auguro di non aver bisogno di uomini della provvidenza. augusta
Ricopio quanto ho descritto:
Coastal areas of Sri Lanka have been destroyed by a Tsunami that hit innocent people and their property without any warning whatsoever. The death toll stands at 24,297 as at 0800GMT on 30th December 2004 but as bodies are either extricated from debris or washed ashore, it keeps on rising rapidly. Also, over a million people (5% of the population) have been rendered homeless.
Vast resources in the form of emergency supplies are required to restore some degree of normalcy to the battered lives of the many Sri Lankans that have been affected. As many concerned persons all over the world have shown their willingness to help Sri Lanka in her hour of grief and need, the government has decided to launch the website http://www.emergencyinfo.gov.lk/ to provide the latest news on the situation and facilitate the international community to contribute towards the disaster relief operation.
The contributions can be made at the website http://www.emergencydonations.gov.lk/
The above site facilitates online donations for the Tsunami victims in Sri Lanka through the Prime Ministers Office of the Government of Sri Lanka. (The site is managed by the University of Colombo School of Computing)
You may contribute by credit card (VISA or MASTER) and the payment is processed by the Sampath Bank secure payment gateway.
We appeal to the world community to help Sri Lanka at this most critical juncture in its history.
Thank you. Sri Lanka Tsunami Victims Relief Fund
Secretary to the Prime Minister
Disaster Management Unit of the Hon Prime Minister
150, R.A.De Mel Mawatha, Colombo 3, Sri Lanka.
Phone : +94 112 395224
Fax : +94 112 321404
E-mail : secpm@sltnet.lk
Dear Ms. XXXX
Thank you for your online donation to the Tsunami Victims of Sri Lanka We gratefully acknowledge your contribution.
Your Reference Number for this donation is: segue una serie di lettere alfabetiche e un numero di tre cifre
Please quote this number in further queries that you may make regarding this donation.
Thank you,
Sri Lanka Tsunami Victims Relief Fund
Secretary to the Prime Minister
Disaster Management Unit of the Hon Prime Minister
150, R.A.De Mel Mawatha, Colombo 3, Sri Lanka.
Phone : +94 112 395224
Fax : +94 112 321404
E-mail : secpm@sltnet.lk
mercoledì, gennaio 05, 2005
Chi guarda i link del mio diario potrà identificare la voce “Carolina Zanelli” che apre il sito di una mosaicista friulana. Carolina è stata più volte all’International Center di Bethlehem dove ha lasciato, all’ingresso degli uffici, un piccolo mosaico con il logo del Centro stesso. La conduzione di quel lavoro –realizzato nel tragico 2001, poco prima che la Basilica della Natività fosse occupata dai guerriglieri palestinesi e la cittadina invasa dalle truppe israeliane- si accompagnò ad un corso di introduzione all’arte del mosaico per un gruppo di giovani abitanti di Betlemme e dintorni che oggi se ne giovano per realizzare loro piccole produzioni che poi pongono in vendita nell’Al-Kahf Gift Shop, collegato alla Cave Arts & Crafts Center, una delle strutture del Centro.
Qualche mese fa è tornata a Bethlehem per completare un secondo lavoro, che occupa un largo spazio dell’ingresso, a ricordo dell’inaugurazione dei nuovi locali dell’ICB (2 settembre 2003) e dei donatori che ne hanno reso possibile la realizzazione.
Il lavoro di Carolina è stato sostenuto con i fondi dell’8per mille delle Comunità Evangeliche Luterane in Italia, in collaborazione con la rivista Confronti.
Dal sito www.peacereporter.it una nota sul comportamento intelligente e responsabile dell’Ong Medici senza frontiere augusta
Sud-est asiatico -04-01-2005 'Medici senza frontiere' blocca donazioni: 'somma sufficiente'
L'organizzazione umanitaria non governativa francese 'Medici senza frontiere' ha sospeso la raccolta di donazioni a suo favore per aiutare i sopravvissuti al disastro del 26 dicembre, perché ha giudicato "sufficiente" la somma di più di 40 milioni di euro già arrivata alle 18 sezioni dell'ong. "Abbiamo un dovere di trasparenza - ha detto il direttore generale di Msf, Pierre Salignon - di fronte ai nostri donatori. Queste somme ci hanno permesso di lanciare delle operazioni molto importanti sul terreno. Ma abbiamo bisogno del sostegno dei nostri donatori per altre crisi dimenticate, come il Darfur o la Repubblica democratica del Congo". "Non è una decisione semplice - ha aggiunto Salignon - sappiamo che potrebbe non essere compresa, ma non si tratta in nessun caso di fare un appello alla sospensione generale dei doni per il Sud-est asiatico".
A questa notizia, che penso sia confortante per chi è preoccupato per la distribuzione degli aiuti che arrivano tramite le grandi campagne di massa che possono far capo ad organizzazioni che non hanno strutture nelle zone devastate né rapporti significativi con i responsabili locali, necessari garanti per interventi corretti, faccio seguire una lettera che ho appena ricevuto da persone di cui di cui posso a mia volta farmi garante.
In ogni caso il sito che viene indicato assicura autonomia nella ricerca della fonte di informazione augusta
Cari/e amici /e (scrivo al plurale perché spedisco con elenco cieco),
Luca ed io abbiamo un caro amico singalese, che vive in Sri Lanka ,e che dal momento del disastro lavora mediamente 20 ore al giorno all'unità di crisi del governo singalese a Colombo.
Quando gli abbiamo chiesto cosa potevamo fare per aiutare, ci ha parlato del progetto di costruzione di nuclei abitativi a basso costo ( per i friulani; i nostri prefabbricati) di 25, 50 ,100 unità che il governo sta già cominciando a realizzare in primis per i pescatori che risultano in assoluto i più colpiti dal maremoto.
Ci ha dato il sito del governo dello Sri Lanka pregandoci di divulgarlo.
Lo trascrivo di seguito, lì trovate anche il link della banca per eventuali donazioni. Potrebbe essere uno stimolo per chi ha paura che le donazioni fatte in Italia si perdano in mille rivoli o non arrivino a destinazione. WWW.EMERGENCYDONATIONS.GOV.LK
Buon anno nuovo a tutte/i Marina& Luca
martedì, gennaio 04, 2005
Avrei voluto occuparmi della questione dei bambini rapiti nell’Asia devastata dal terremoto (per il mercato delle adozioni o peggio?) ma, dato che di questo (e una volta tanto in termini abbastanza corretti) parlano i maggiori quotidiani, ho scelto di dare la prevalenza alla questione delle elezioni del 9 gennaio in Palestina, di cui poco si dice.
Ho tradotto un recentissimo articolo di Haaretz perché penso sia importante dimostrare che voci ragionevoli e disposte al dialogo si trovano anche “di là del muro”. Spero di riuscire a tradurre qualche cosa dal sito www.bethlehemmedia.net cui rinvio chi volesse leggere testimonianze palestinesi (il 20 dicembre ho pubblicato un articolo tratto da questo sito e il 24 il saluto di Natale del direttore dell’International Center di Betlemme che pure faceva riferimento alle elezioni).
Chi volesse informarsi comunque a proposito della tratta dei bambini può vedere anche il sito <battelloebbro.splinder.com> in data 3 e 4 gennaio augusta
www.haaretz.com - Tue, January 04, 2005 Tevet 23, 5765
Libere ed aperte a tutti
Cinque giorni prima del giorno delle elezioni dell’Autorità Palestinese, può sembrare che Israele non sia sicura che questo sia veramente il suo profondo desiderio.
Le restrizioni di movimento fra le città palestinesi e i differenti distretti sono ancora in vigore, anche se, qua e là, i posti di blocco sono stati rimossi; i Palestinesi in carcere hanno richiesto all’Alta Corte di Giustizia che venga loro garantito il diritto di voto; al principale candidato, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), é stato permesso di entrare a Gerusalemme, ma qualche altro candidato che voleva far campagna elettorale fra la popolazione palestinesi della città è stato arrestato o gli è stato vietato l’ingresso.
E non è meno importante che consistenti contingenti delle Forze di Difesa di Israele (n.d.t: esercito) restino nelle città della Cisgiordania (West Bank), nonostante le promesse che queste forze sarebbero state ritirate prima delle elezioni.
Mentre era in vita Yasser Arafat, il governo e specialmente il Primo Ministro Ariel Sharon, il Ministro degli Esteri Silvan Shalom e delle Finanze Benjamin Netanyahu avevano posto tre condizioni fondamentali per continuare il negoziato con i Palestinesi: le elezioni di una nuova direzione palestinese, l’adozione da parte dell’Autorità Palestinese di un sistema di governo democratico e la fine delle istigazioni contro Israele.
Almeno per ciò che riguarda le prime due condizioni sembra che i Palestinesi non aspettino la richiesta di Israele: stanno cercando di realizzare da sé queste modifiche:
Dopo la morte di Arafat la dirigenza palestinese si sarebbe potuta accontentare di nuove nomine da parte delle istituzioni dell’OLP* e avrebbe potuto evitare le elezioni generali. Invece Abu Mazen e i suoi colleghi si sono affrettati ad indire le elezioni per la presidenza e progettano di tenere anche le elezioni per il parlamento più avanti durante l’anno.
I dirigenti palestinesi hanno chiesto che queste elezioni riguardino tutti i palestinesi aventi diritto, comprese le migliaia di prigionieri e di residenti a Gerusalemme est, poiché solo elezioni globali possono assicurare a chiunque sia eletto la legittimità di cui ha bisogno per continuare a condurre negoziati diplomatici con il governo di Israele.
Le elezioni con l’appoggio di controllori internazionali, dicono i Palestinesi, devono essere libere nel senso pieno della parola. Tale libertà significa che ognuno deve essere in grado di recarsi ai seggi senza paura o pressioni in merito all’esercizio del suo diritto di voto.
Ma è poco probabile che i Palestinesi, impauriti dalle armi dell’IDF (n.d.t.: Forze di Difesa – esercito- di Israele) o dai lunghi ritardi ai posti di blocco, lasceranno le loro case per votare.
Israele dovrebbe avere un forte interesse per la legittimità politica che Abu Mazen sta cercando. Se egli sarà scelto dalla maggioranza degli elettori, Israele avrà un interlocutore per continuare i negoziati diplomatici e potrà anche essere possibile coinvolgerlo nel piano di disimpegno (n.d.t.: sembra che l’autore si riferisca all’evacuazione dei coloni).
Coloro che chiedono ai Palestinesi un nuovo programma diplomatico, la fine delle istigazioni e il disarmo delle milizie e delle bande dovrebbero sapere che essi non possono raggiungere tutto ciò tramite una dirigenza palestinese priva di un pubblico sostegno.
Per raggiungere questo risultato Israele deve por fine alla meschinità politica che l’ha caratterizzata finora e cominciare immediatamente a dar prova – non solo ai Palestinesi, ma anche al pubblico israeliano e agli osservatori internazionali – che vuole sinceramente che le elezioni dell’Autorità Palestinese siano libere e aperte a tutti.
* n.d.t-: Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina - Munazzamat al-Tahrir al-Filastiniyah)
Creata nel 1964 per volontà della Lega Araba e presieduta da Ahmed Shukeiri, diventò un'organizzazione indipendente nel 1969, quando Al Fatah (vedi) ne prese il controllo. L'Olp, che ha come obiettivo la formazione di uno stato palestinese laico e democratico, nel 1964 è stata riconosciuta dall'ONU come rappresentante del popolo palestinese.
lunedì, gennaio 03, 2005
Trascrivo traducendolo il titolo e il sottotitolo di The Malay Mail,
un quotidiano malese di oggi, 3 gennaio.
”CONCEDETECI UNA SETTIMANA. I responsabili del dipartimento dell’istruzione
dicono di aver bisogno di una settimana per sistemare quanto necessario per le
migliaia di bambini malesi colpiti dallo Tsumani. Gli stati che apriranno le scuole
questa settimana lo faranno con qualsiasi cosa abbiano (o non abbiano)”.
Purtroppo l’intero articolo non è fra quelli che si possono scaricare liberamente,
ma trascrivo questa piccola notizia per segnalare un aspetto nella cura dovuta
all’infanzia che spesso trascuriamo. Mentre lasciamo degradare le nostre scuole,
sul cui tetto si svolgono battaglie giocate da altri che, indifferenti al rispetto dovuto
ai bambini, usano anche i presepi come armi, non teniamo conto del significato
che ha l’istruzione per popoli che vogliono aver cura del proprio sviluppo.
Inoltre segnalo (risparmiandomi in grazia all’altrui impegno l’inserimento
di un lungo articolo):
IL "LIBRO NERO" DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: FALSE
PROMESSE E BUGIE DEL GOVERNO RACCONTATE DA "SBILANCIAMOCI"
(vedi Adista Notizie n° 89 del 25 dicembre 2004 - www.adista.it).
Ne potete trovare l’intero testo in <battelloebbro.splinder.com> e
<bloggerscontroguerra.splinder.com> augusta
domenica, gennaio 02, 2005
Il sito <battelloebbro.splinder,com> ci ha ricordato il secondo anniversario della morte di Giorgio Gaber con un passo della sua “canzone dell’appartenenza”.
Io, tanto per collocarmi nello “sforzo … per ritrovare il mondo prendo da www.peacereporter.it una scheda sul conflitto dell’Afganistan. Il mese prossimi in quel paese ci saranno elezioni, così come in Palestina, di cui ho scritto più volte. Forse è utile richiamarne alla mente le più recenti pagine di storia. augusta
"Uomini, uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine a questa mia forzata solitudine,
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto avere un luogo, un posto più sincero,
dove un bel giorno, magari molto presto,
io finalmente possa dire: questo è il mio posto.
Dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo."
PARTI IN CONFLITTO
1979-1989: truppe sovietiche (e governative) contro guerriglia mujahedin (sostenuta dagli Stati Uniti)
1989-1996: conflitti armati tra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun
1996-2002: taliban al governo (sostenuti da Pakistan e Arabia Saudita) contro la resistenza dei mujahedin tagiki, uzbeki e hazari uniti nell'Alleanza del Nord (sostenuta da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan)
2002-OGGI: truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai) contro la resistenza dei taliban e dei miliziani dell’Hezb-i Islami (di Gulbuddin Hekmatyar) nelle province sud-orientali al confine col Pakistan; milizie uzbeke del Jumbesh-i Milli (di Abdul Rashid Dostm) contro milizie tagike del Jamiat-i Islami (di Mohammad Ustad Atta) nelle province settentrionali del Paese.
VITTIME
Un milione e mezzo morti dal 1979 al 2001 (400 mila vittime di mine antiuomo). Circa 14 mila durante l'intervento americano alla fine del 2001 (almeno 10 mila combattenti taliban e quasi 4 mila civili). A queste vanno aggiunti 15-20.000 civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra.
Più, ancora, altri 4.500 morti causati dai combattimenti e dagli attentati verificatisi nei tre anni di ‘dopo-guerra’, di cui 1.122 dal 1° gennaio 2004. La maggior parte dei morti sono guerriglieri della resistenza talebana (526), seguono i militari e i poliziotti afgani (311), i civili (179), gli operatori umanitari internazionali (48), i soldati statunitensi (48) e quelli del contingente Isaf della Nato (5).
RISORSE CONTESE
L’Afghanistan è il maggior produttore di oppio al mondo (l’eroina afgana rifornisce i tre quarti del mercato Occidentale) ed è ricco di smeraldi e risorse minerarie. Ma il valore strategico del Paese è legato ai gasdotti e ai corridoi commerciali (stradali e ferroviari) che lo attraversano, collegando gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale col Pakistan e l’India. Inoltre la recente scoperta di immensi giacimenti di uranio potrebbero diventare una fonte potenziale di nuovi conflitti.
FORNITURA ARMAMENTI
L’esercito afgano è armato dall’Occidente (Usa e Gran Bretagna in testa), i mujaheddin dalla Russia, l’India, l’Iran, il Tajikistan e l’Uzbekistan. I taliban si finanziano col commercio illegale di oppio e grazie all’appoggio indiretto del Pakistan e dell’Arabia Saudita.
SITUAZIONE ATTUALE
Mentre le consultazioni del presidente Hamid Karzai in vista della formazione del nuovo governo sono terminate con la nomina di numerosi esponenti riformisti, si fa strada l’ipotesi che le truppe straniere rimangano in Afghanistan a tempo indefinito.
Il 17 dicembre una rivolta di alcuni prigionieri di guerra nel carcere di Kabul, terminata a con l’irruzione delle forze speciali afgane, si è conclusa con la morte di 9 persone: 4 detenuti, 4 guardie carcerarie e un soldato afgano.
Il 19 dicembre la guerriglia talebana ha attaccato un checkpoint dell’esercito afgano a ovest di Kandahar, uccidendo 4 soldati e un passante, e perdendo un guerrigliero.